Autore: Roberto-admin

  • “Spotify” è nato da un malinteso: la storia di Daniel Ek e della musica in streaming

    “Spotify” è nato da un malinteso: la storia di Daniel Ek e della musica in streaming

    Nell’articolo su Deep Blue una macchina ha battuto il campione del mondo di scacchi.

    Oggi parliamo di un’idea nata da un ragazzo svedese, che ha cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica.

    Stoccolma, 2006. Daniel Ek e il socio Martin Lorentzon sono nell’appartamento di Ek, in due stanze diverse, e si gridano a vicenda idee per il nome della loro nuova azienda. Lorentzon grida una parola. Ek capisce un’altra cosa: “Spotify”.

    Ek cerca la parola su Google: nessun risultato. Pochi minuti dopo, i due hanno già registrato i domini. Più tardi, imbarazzati dall’origine casuale, hanno raccontato che il nome veniva da “spot” e “identify”. Oggi quel malinteso è un marchio che usano più di 700 milioni di persone ogni mese.

    Un ragazzo di Rågsved con un computer

    Daniel Ek nasce a Stoccolma il 21 febbraio 1983 e cresce a Rågsved, un quartiere della periferia. Da adolescente impara da solo a programmare, comincia a costruire siti web e software open source e lavora per piccole aziende. Dopo il diploma si iscrive al politecnico KTH, a Stoccolma, ma lo lascia dopo otto settimane: preferisce lavorare.

    Fonda Advertigo, un’azienda di pubblicità online, che nel 2006 viene comprata da TradeDoubler. Il co-fondatore di TradeDoubler è Martin Lorentzon: i due si trovano a lavorare nella stessa azienda. Poi, per un breve periodo, Ek fa il CEO di µTorrent, uno dei programmi più famosi per scaricare file, anche musica pirata. È un dettaglio importante, come vedremo.

    L’idea: battere la pirateria con qualcosa di meglio

    Ek racconta di aver avuto l’idea già nel 2002, quando Napster venne chiuso e al suo posto arrivò Kazaa. La sua conclusione fu che la pirateria non si può fermare con le leggi: si può solo rendere inutile, offrendo un servizio più comodo di quello illegale.

    Il progetto prende forma nel 2006, quando Ek e Lorentzon fondano a Stoccolma la società Spotify AB. Il lavoro più difficile non è la tecnologia: è convincere le case discografiche, che nel pieno della crisi della pirateria non si fidano di nessuno. Per riuscirci servono due anni di trattative.

    Il servizio parte il 7 ottobre 2008 in Svezia, Finlandia, Francia, Norvegia e Spagna. Seguono il Regno Unito nel 2009 e gli Stati Uniti il 14 luglio 2011. E c’è un’ironia: per far partire la musica subito, senza attese, Spotify usava all’inizio la stessa tecnologia peer-to-peer dei programmi pirata, e l’ha abbandonata solo nel 2014. Ludvig Strigeus, l’autore di µTorrent, era entrato in azienda come sviluppatore.

    Dalla serie Netflix alla realtà

    Questa storia è diventata anche una serie: The Playlist, su Netflix dal 13 ottobre 2022. Sei episodi, ciascuno raccontato dal punto di vista di un personaggio diverso: Ek, un dirigente discografico, un’avvocata, lo sviluppatore, Lorentzon, un’artista. È ispirata al libro Spotify Untold di Sven Carlsson e Jonas Leijonhufvud, ma è una versione romanzata: i fatti sono quelli, i dialoghi e alcune scene sono ricostruiti.

    Il successo e il conto da pagare

    Nell’aprile 2018 Spotify sbarca alla Borsa di New York con una quotazione diretta. Oggi conta centinaia di milioni di utenti e circa 290 milioni di abbonati paganti (dato di fine 2025). Per anni però ha chiuso i bilanci in perdita: secondo i suoi conti, il primo anno in utile è il 2024.

    E il successo ha portato anche molte critiche:

    • Il compenso agli artisti. Spotify gira circa il 70% dei ricavi ai detentori dei diritti, ma molti musicisti dicono che a loro arriva pochissimo per ogni ascolto. Taylor Swift e Thom Yorke hanno ritirato la loro musica per protesta, e l’hanno rimessa nel 2017. Nel 2021 la campagna #JusticeAtSpotify ha chiesto un centesimo per ascolto, con proteste in 31 città.
    • I tagli al personale. Nel dicembre 2023 Ek ha annunciato il licenziamento di circa il 17% dei dipendenti, circa 1.500 persone, il terzo taglio dell’anno.
    • La difesa e l’IA. Con Prima Materia, la sua società di investimento fondata nel 2021, Ek ha guidato nel 2025 un investimento da 600 milioni di euro in Helsing, un’azienda tedesca di tecnologia militare di cui è presidente. Alcuni gruppi musicali hanno risposto togliendo la loro musica dalla piattaforma.

    Nel settembre 2025 Ek ha annunciato che avrebbe lasciato il ruolo di amministratore delegato a fine anno, restando presidente esecutivo. A guidare l’azienda oggi sono due co-CEO: Gustav Söderström e Alex Norström.

    Cosa ci insegna

    Spotify non ha inventato la musica digitale: l’aveva già inventata la pirateria. Ek ha capito che la gente non voleva rubare, voleva solo qualcosa di semplice, immediato, con tutta la musica dentro. Ha dato al pubblico quello che già cercava, in una forma che le case discografiche potevano accettare.

    Vent’anni dopo, la domanda di quegli anni è ancora aperta: se tutta la musica del mondo costa pochi euro al mese, quanto vale un ascolto, e chi lo incassa?

    🎧 Per ascoltare la tua playlist

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    🚀 Nel prossimo articolo della sezione Visionari

    Un’app che ha cambiato il modo in cui ci si conosce: bastava un dito, a destra o a sinistra. Dietro quel gesto c’è una storia di amicizie, liti e miliardi.

    È la storia di Tinder.

    Foto in evidenza: Daniel Ek a IT-dagarna, Linköping University, 2011. Foto di Patrik Ragnarsson, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0. Immagine ritagliata.

  • La partita che cambiò tutto: Deep Blue contro Kasparov, 1997

    La partita che cambiò tutto: Deep Blue contro Kasparov, 1997

    Nell’articolo sui droni abbiamo visto macchine che volano dove noi non possiamo arrivare.

    Oggi parliamo di una macchina che ha battuto l’uomo proprio dove pensavamo di essere insuperabili.

    Maggio 1997, New York. Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi dal 1985, si siede davanti a una scacchiera. Dall’altra parte non c’è nessuno che lo guardi negli occhi: c’è un operatore che sposta i pezzi per conto di una macchina IBM, che calcola circa 200 milioni di posizioni al secondo.

    Sei partite. Alla fine, per la prima volta nella storia, il campione del mondo in carica perde un match contro un computer. Il mondo se ne accorge: la notizia finisce sulle prime pagine, e per molti è il momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere fantascienza.

    Una macchina nata in un’università

    La storia comincia nel 1985 alla Carnegie Mellon University, in Pennsylvania, dove lo studente Feng-hsiung Hsu progetta un circuito dedicato solo agli scacchi, chiamato ChipTest. Il suo successore, Deep Thought, prende il nome dal supercomputer della Guida galattica per gli autostoppisti.

    Nel 1989 Hsu e il collega Murray Campbell passano all’IBM, e il progetto cambia nome: Deep Blue, un gioco di parole su “Big Blue”, il soprannome dell’azienda. Quell’anno Deep Thought affronta Kasparov e perde due partite. Il campione non è preoccupato. Ma i progettisti sanno cosa cambiare.

    1996: la prima crepa

    Febbraio 1996, Filadelfia. Primo match tra Deep Blue e Kasparov. Nella prima partita, il 10 febbraio, succede qualcosa di mai visto: la macchina vince contro un campione del mondo in carica, con i tempi di gioco regolari.

    Kasparov però reagisce. Vince tre partite, ne pareggia due e si aggiudica il match per 4 a 2. La macchina ha dimostrato di poter vincere una partita; non ancora un match. IBM torna in laboratorio.

    1997: la rivincita

    La versione del 1997 è il doppio più veloce della precedente: 30 processori e 480 chip progettati apposta per gli scacchi, in due armadi di metallo. Non pensa come un uomo. Esamina un numero enorme di mosse possibili e le valuta una per una con regole scritte dai programmatori, insieme a un grande scacchista.

    Il match si gioca a maggio. Kasparov vince la prima partita, ma succede una cosa strana: alla mossa 44 Deep Blue gioca una mossa che nessuno capisce. Molti anni dopo si è saputo il motivo: un bug aveva mandato il programma in un ciclo, e per uscirne la macchina aveva scelto una mossa a caso tra quelle valide.

    Kasparov non lo sa. Interpreta quella mossa come il segno di un’intelligenza superiore, e comincia a dubitare. Nella seconda partita gioca peggio del solito e si arrende in una posizione che, secondo le analisi fatte dopo, avrebbe potuto salvare con un pareggio. Esce dalla sala convinto che dietro la macchina ci sia l’intervento di qualcuno. IBM lo ha sempre negato: ai programmatori era permesso modificare il sistema solo tra una partita e l’altra.

    Le partite dalla terza alla quinta finiscono in parità. La sesta, l’11 maggio, dura solo 19 mosse: Kasparov sbaglia l’apertura, si trova in una posizione impossibile e abbandona. Il match finisce 3,5 a 2,5 per Deep Blue.

    Dietro le quinte: paranoia e piccoli dettagli

    Il match fu anche una guerra di nervi. Deep Blue pesava 1,4 tonnellate: due torri alte più di due metri. Non muoveva i pezzi da sola: a farlo, e a digitare le mosse di Kasparov, erano a turno i membri del team IBM, tra cui Murray Campbell.

    Il clima nel campo di Kasparov era teso. Frederic Friedel, il suo consulente informatico, notò un riflesso da una finestra di un palazzo di fronte all’hotel e capì che qualcuno puntava una macchina fotografica verso di loro: paparazzi o spie di IBM? Una delle guardie del corpo fornite da IBM parlava russo, e anche questo bastò a far sospettare che fosse lì per ascoltare. Joel Benjamin, grande maestro americano, lavorava con IBM sulla preparazione della macchina: preparazione, non partite giocate da un uomo, ma per Kasparov ogni dettaglio era un indizio.

    Per IBM fu un successo anche in Borsa: già dopo il match del 1996 le azioni dell’azienda erano salite di quasi il 20%.

    Dopo la partita: sospetti e uno spegnimento

    Kasparov chiede i registri di gioco della macchina per verificare che non ci sia stato nessun aiuto esterno. IBM all’inizio rifiuta, poi li pubblica online. Chiede anche una rivincita: IBM dice di no, smonta Deep Blue e non lo fa più giocare. L’episodio è raccontato nel documentario Game Over: Kasparov and the Machine, del 2003.

    Con il tempo Kasparov ha cambiato giudizio. Subito dopo il match descrisse Deep Blue come un avversario alieno; più tardi arrivò a dire che era intelligente quanto una sveglia. Ha ragione nel senso che conta: Deep Blue non capiva gli scacchi, non provava a vincere, non sapeva di giocare. Faceva calcoli, molto in fretta.

    Il libro di chi c’era

    A vent’anni di distanza Kasparov ha raccontato la sua versione nel libro Deep Thinking: il match, ma soprattutto cosa ha capito dopo. La sua tesi è che uomo e macchina funzionino meglio insieme che da soli.

    📚 Per approfondire

    Deep Thinking – Garry Kasparov

    Il racconto della sconfitta con Deep Blue scritto da chi l’ha vissuta, e una riflessione su cosa le macchine possono fare e cosa resta all’uomo. Attenzione: il libro è disponibile solo in inglese.

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    La domanda che resta

    Nel 1997 perdere a scacchi con un computer sembrò la fine di qualcosa. Oggi nessuno si stupisce che un telefono batta qualunque campione. Eppure gli scacchi non sono morti: si giocano più di prima, e i giocatori si allenano con i computer.

    Deep Blue era una macchina capace di una cosa sola. Ma ha segnato un confine: da allora, ogni volta che una macchina ci supera in qualcosa, ci chiediamo se quella cosa fosse davvero così speciale, o se fosse soltanto più semplice di quanto credevamo.

    🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini

    Estate 1956, un campus universitario nel New Hampshire. Un gruppo di giovani scienziati si riunisce per due mesi con un’idea ambiziosa: far pensare le macchine.

    È la storia di John McCarthy e della conferenza di Dartmouth, dove nacque il nome “intelligenza artificiale”.

    Foto in evidenza: un computer simile a Deep Blue, esposto al Computer History Museum. Foto di James the photographer (Jim Gardner), CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

  • Dai palloni su Venezia al drone da 135 grammi: la storia dei droni (e tre da cui partire)

    Dai palloni su Venezia al drone da 135 grammi: la storia dei droni (e tre da cui partire)

    Nell’articolo sugli occhiali smart abbiamo visto una tecnologia che è sparita sul nostro viso.

    Oggi parliamo di una macchina che ha fatto la stessa cosa, ma sopra le nostre teste.

    Luglio 1849. Venezia è assediata dalle truppe austriache, e dal mare nessuna nave riesce ad avvicinarsi alla città. Gli austriaci decidono allora di colpire dall’alto: preparano circa duecento palloni ad aria calda, senza nessuno a bordo, e li caricano di bombe con una miccia a tempo.

    È il primo attacco aereo senza pilota della storia, e quasi un fallimento: il vento cambia direzione e riporta alcuni palloni sulle linee degli stessi austriaci. Ma l’idea è nata. Una macchina che vola senza nessuno dentro, e va dove l’uomo non può o non vuole andare. Ci vorranno più di centosessant’anni perché diventi qualcosa che puoi comprare per pochi centinaia di euro.

    Il “fuco” che diede il nome a tutti

    Con l’aviazione arrivarono i primi veri aerei senza pilota. Nel 1918 gli Stati Uniti ordinarono migliaia di Kettering Bug, piccoli biplani di legno e cartone progettati da Charles Kettering, con il contributo di Orville Wright. Il Bug volava per un numero stabilito di giri del motore, poi perdeva le ali e precipitava sul bersaglio con 80 chili di esplosivo. La guerra finì prima che ne venisse usato uno in combattimento.

    Il nome con cui li chiamiamo oggi nasce nel 1935. La marina britannica mostrò un aereo radiocomandato usato come bersaglio per l’artiglieria, il Queen Bee, “ape regina”. Un ufficiale americano, incaricato di costruirne uno uguale, scelse di chiamare i suoi aerei drones: i fuchi, i maschi dell’alveare, in omaggio all’ape regina. Da allora, in inglese, un velivolo senza pilota è un “drone”.

    Dalla guerra alla camera di uno studente

    Per decenni i droni restarono strumenti militari. Negli anni Novanta il Predator americano li trasformò in occhi permanenti nel cielo, e dal 2001 anche in armi. Nessuno pensava ancora a un uso comune.

    La svolta arrivò da una stanza di dormitorio. Nel 2006 uno studente di Hong Kong, Frank Wang, cominciò a costruire controllori di volo per elicotteri radiocomandati, e fondò a Shenzhen un’azienda che si sarebbe chiamata DJI. Nel gennaio 2013 presentò il Phantom, un quadricottero che si poteva tirare fuori dalla scatola e far volare: il GPS lo teneva fermo in aria da solo, e chiunque riusciva a pilotarlo.

    Fu come l’iPhone per i telefoni: non il primo drone, ma il primo che tutti potevano usare. Oggi DJI domina il mercato dei droni civili, e i suoi modelli servono a girare matrimoni, ispezionare tetti e ponti, controllare i campi, cercare persone disperse.

    Il drone che ti segue da solo

    L’ultima evoluzione è la più curiosa: droni piccolissimi, che pesano meno di un telefono. Partono dal palmo della mano, ti riconoscono e ti seguono mentre cammini, corri o vai in bicicletta, e riprendono tutto in 4K. Gli eliche sono protette da una gabbia, e per volare non serve nessuna esperienza.

    È un’idea molto diversa da quella dei primi droni: non una macchina da pilotare, ma una telecamera volante che fa da sola quello che le chiedi.

    Prima di volare: cosa dice la legge

    Un drone non è un giocattolo qualsiasi, e in Italia ci sono regole precise. Le principali, per i modelli leggeri come quelli di questo articolo:

    • Registrazione: se il drone ha una fotocamera devi registrarti come operatore sul portale D-Flight di ENAC. Costa pochi euro l’anno e ti dà un codice da applicare al drone.
    • Patentino: per i droni sotto i 250 grammi, in genere, non è richiesto.
    • Assicurazione: la copertura per i danni a terzi è obbligatoria.
    • Altezza e zone: massimo 120 metri da terra, mai sopra folle, manifestazioni o eventi, e mai vicino ad aeroporti e infrastrutture sensibili. Controlla le zone sulla mappa di D-Flight.
    • Privacy: se riprendi delle persone valgono anche le norme sulla riservatezza.

    Le regole cambiano e hanno molte eccezioni: prima del primo volo controlla sempre le informazioni aggiornate sul sito di ENAC e su D-Flight.

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    Se vuoi provare, questi sono tre punti di partenza a livelli diversi, tutti di DJI: i primi due sono della famiglia Neo, il terzo è per chi vuole il massimo della qualità.

    🚁 Per iniziare

    DJI Neo

    Il mini drone da 135 grammi, con fotocamera 4K, che parte dal palmo della mano e ti segue da solo. La versione che abbiamo scelto non ha il radiocomando: si controlla con lo smartphone e con i gesti, ed è perfetta per chi vuole fare riprese facili e divertenti senza imparare a pilotare. Chi cerca più controllo preferirà un modello con telecomando.

    🥽 Per fare il salto

    DJI Neo 2 Motion Fly More Combo

    L’evoluzione del Neo: 151 grammi, video 4K, sensori per evitare gli ostacoli e fino a circa 19 minuti di volo. Questo kit comprende il visore Goggles N3, il controller a movimento e tre batterie: volare guardando il mondo dal punto di vista del drone è un’esperienza molto diversa. Costa diverse centinaia di euro in più del modello base, quindi è una scelta per chi sa già di voler fare sul serio.

    🏆 Per volare in alto

    DJI Mini 5 Pro Fly More Combo

    Il top di gamma della serie Mini: sensore da 1 pollice, video 4K, rilevamento degli ostacoli, inseguimento a 360° e gimbal che ruota fino a 225°. Il kit include il radiocomando con schermo DJI RC 2, batterie extra e un anno di DJI Care. È un investimento ben più alto dei due modelli precedenti, pensato per chi ha già provato a volare e vuole immagini davvero professionali. Il peso resta contenuto, vicino alla soglia dei 250 grammi: controlla la scheda ufficiale per le regole che ti riguardano.

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    Dal fuco all’ape regina

    Nel 1849 un pallone senza nessuno a bordo era un’arma imprecisa e un po’ folle. Oggi un oggetto che pesa meno di un telefono si alza dalla mano, ti segue e racconta una corsa in bicicletta. Il drone non è cambiato nell’idea: è una macchina che vola dove noi non possiamo andare. È cambiato nel prezzo, nella semplicità e in quanto spesso ci passa sopra la testa senza che ce ne accorgiamo.

    🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini

    Maggio 1997, New York. Un campione del mondo di scacchi si siede davanti a un avversario che non si stanca, non ha paura e calcola centinaia di milioni di mosse al secondo.

    È la storia di Deep Blue contro Kasparov, la partita in cui, per la prima volta, una macchina batté l’uomo nel gioco che più di ogni altro simboleggiava l’intelligenza.

    Foto in evidenza: il Kettering Bug, via Wikimedia Commons.

  • Il matematico che decifrò Enigma e immaginò le macchine pensanti: la storia di Alan Turing

    Il matematico che decifrò Enigma e immaginò le macchine pensanti: la storia di Alan Turing

    Nell’articolo sulle due AI che parlavano una lingua segreta abbiamo visto cosa succede quando le macchine imparano a modo loro.

    Ma l’idea che una macchina potesse imparare, o addirittura pensare, ha un’origine precisa. E ha il nome di un uomo.

    Settembre 1939. In una villa di mattoni rossi nella campagna inglese, a un’ottantina di chilometri da Londra, arriva un giovane matematico di ventisette anni. Ha i capelli arruffati, una voce un po’ balbettante e abitudini strane: si dice che incatenasse la tazza del tè al termosifone per non fargliela rubare, e che avesse trovato un modo tutto suo per aggirare la catena della bicicletta che saltava, contando i giri dei pedali.

    La villa si chiama Bletchley Park ed è il centro segreto in cui la Gran Bretagna prova a leggere i messaggi cifrati dei nazisti. Il matematico si chiama Alan Turing. Ha già scritto, tre anni prima, un lavoro destinato a cambiare il mondo. Adesso gli chiedono di aiutare a vincere una guerra.

    Il ragazzo che voleva capire il perché

    Turing nacque a Londra il 23 giugno 1912. I genitori lavoravano in India e per anni lui e il fratello furono affidati a una coppia inglese. Crebbe solitario, disordinato, poco amato da una scuola che premiava il latino e il conformismo: a Sherborne i professori non apprezzavano un ragazzo che, invece di imparare le formule, voleva capire da dove venivano.

    Lì conobbe Christopher Morcom, un compagno più grande con cui condivideva la passione per la matematica e l’astronomia, il primo che lo prese davvero sul serio. Morcom morì di tubercolosi nel 1930, a diciotto anni. Per Turing fu una ferita enorme, e secondo i biografi segnò una domanda che non lo abbandonò più: che cosa resta di una mente quando il corpo non c’è più?

    La macchina che esisteva solo sulla carta

    Turing era nato a Londra nel 1912 e aveva studiato a Cambridge. Nel 1936, a 24 anni, aveva pubblicato un articolo su un problema di logica matematica. Per risolverlo aveva immaginato una macchina teorica, mai costruita: un nastro infinito, una testina che legge e scrive simboli seguendo semplici regole.

    Oggi la chiamiamo macchina di Turing, e la sua idea centrale è semplice e potente: una sola macchina, con le istruzioni giuste, può fare il lavoro di qualsiasi altra. È il principio su cui si basa ogni computer, compreso lo smartphone che hai in mano. A quei tempi nessuno parlava ancora di computer: in quegli anni la parola indicava le persone che facevano calcoli a mano.

    Il codice che nessuno riusciva a rompere

    La Germania nazista cifrava le comunicazioni militari con una macchina chiamata Enigma. Sembrava una macchina da scrivere, ma al suo interno dei rotori cambiavano il significato di ogni lettera a ogni tasto premuto, e la configurazione veniva modificata ogni giorno. Le combinazioni possibili erano oltre 150 miliardi di miliardi. Chi intercettava un messaggio non poteva leggerlo.

    Il lavoro non partiva da zero. Alcuni anni prima crittografi polacchi avevano trovato il modo di decifrare le prime versioni di Enigma, e nel luglio 1939, poco prima dell’inizio della guerra, avevano passato le loro scoperte agli inglesi. Ma i tedeschi continuavano a rendere la macchina più complicata, e a mano non c’era speranza di stare al passo.

    Turing capì che serviva una macchina per battere una macchina. Insieme al collega Gordon Welchman sviluppò la Bombe, un enorme apparecchio elettromeccanico, pieno di tamburi rotanti, che provava a ritmo serrato le impostazioni possibili di Enigma fino a trovare quella giusta.

    La battaglia dell’Atlantico

    Turing guidava la “Hut 8”, la baracca dove si lavorava sui messaggi della marina tedesca, i più difficili di tutti. Erano quelli che coordinavano i sommergibili, i temutissimi U-Boot, che affondavano i convogli carichi di cibo, carburante e armi diretti in Gran Bretagna. Leggere quei messaggi significava sapere dove si trovavano i sommergibili e far deviare le navi.

    Il risultato fu enorme, anche se difficile da misurare con precisione. Secondo molti storici, il lavoro di Bletchley Park accorciò la guerra di almeno due anni, salvando un numero di vite che nessuno ha mai potuto contare davvero. Ma di tutto questo non si poteva parlare. Il segreto restò in vigore per decenni: la storia di Bletchley Park emerse solo negli anni Settanta, quando Turing era già morto da vent’anni.

    “Può una macchina pensare?”

    Finita la guerra, Turing tornò a dedicarsi a un’idea che lo ossessionava: le macchine che aveva immaginato e poi aiutato a costruire potevano diventare qualcosa di più di semplici calcolatrici? Nel 1950 pubblicò un articolo che si apre con una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: “Le macchine possono pensare?”

    Turing capì che discutere di cosa significhi “pensare” avrebbe portato in un vicolo cieco, e propose un esperimento. Una persona dialoga per iscritto con due interlocutori che non vede, un essere umano e una macchina. Se, dopo la conversazione, non riesce a capire quale dei due sia la macchina, allora, sosteneva Turing, ha poco senso negare che quella macchina stia in qualche modo pensando. Lo chiamò il gioco dell’imitazione. Oggi lo conosciamo come test di Turing.

    Era previdente anche su altro. Già nel 1948 aveva scritto con un collega un programma per giocare a scacchi, quando non esisteva ancora un computer abbastanza potente per eseguirlo. Per provarlo, nel 1952 fece lui stesso da “macchina”: calcolò a mano ogni mossa seguendo il programma, per ore, contro un avversario in carne e ossa. Una storia che ritroveremo nel prossimo articolo.

    Il computer, e le macchie della zebra

    Nel 1945 Turing fu assunto dal National Physical Laboratory per progettare un computer elettronico, l’ACE. Il suo progetto è considerato la prima descrizione completa di un computer a programma memorizzato. La macchina non fu costruita come l’aveva immaginata lui, ma una versione ridotta, il Pilot ACE, eseguì il suo primo programma il 10 maggio 1950 ed era tra i computer più veloci dell’epoca.

    Va detto con onestà: Turing non inventò il computer da solo, e non violò Enigma da solo. Il computer moderno nasce da molte persone e molti progetti, e a Bletchley Park lavoravano migliaia di persone. Ma il suo contributo fu decisivo in entrambi i casi.

    Negli ultimi anni si dedicò anche a un tema che sembra lontanissimo dai computer: la biologia. Nel 1952 pubblicò un articolo che spiegava come strisce e macchie, quelle della zebra o del leopardo, possano nascere da semplici reazioni chimiche che si diffondono nei tessuti. Quei “pattern di Turing” sono ancora studiati oggi.

    Il ringraziamento che arrivò troppo tardi

    La fine della storia è la parte più amara. Nel 1952 Turing fu processato in Gran Bretagna perché omosessuale, un reato per la legge dell’epoca. Per evitare il carcere accettò una cura ormonale forzata. Perse il nulla osta per i lavori riservati e finì ai margini di un mondo che aveva contribuito a salvare.

    Fu trovato morto nella sua casa di Wilmslow, nel Cheshire, nel giugno 1954, a 41 anni: la causa fu un avvelenamento da cianuro. L’inchiesta dell’epoca concluse per suicidio, una conclusione che alcuni studiosi hanno poi messo in dubbio. Accanto al letto c’era una mela morsicata, che però non fu mai analizzata: la storia della “mela avvelenata” è più suggestione che prova.

    Il riconoscimento è arrivato molto dopo. Nel 2009 il primo ministro britannico Gordon Brown chiese scusa a nome del governo per il trattamento che gli era stato riservato. Nel dicembre 2013 la regina Elisabetta II gli concesse la grazia postuma. Nel 2017 è entrata in vigore la cosiddetta “legge Turing”, che ha perdonato a migliaia di uomini condannati per lo stesso motivo. E dal 2021 il suo volto è sulle banconote da 50 sterline.

    Un’eredità dentro ogni schermo

    Il premio più prestigioso dell’informatica, quello che molti chiamano il “Nobel dei computer”, porta il suo nome. Ma la sua vera eredità è più diffusa: ogni volta che un programma esegue istruzioni, ogni volta che un computer sostituisce mille calcolatori diversi, sta applicando l’idea che Turing scrisse a ventiquattro anni.

    E la domanda con cui aprì il suo articolo del 1950 è ancora quella che ci facciamo davanti a ogni chatbot: se non riesco a distinguere cosa ho davanti, che cosa ho davanti davvero? Turing non ha dato una risposta definitiva. Ha fatto di meglio: ci ha dato la domanda giusta.

    📚 Per approfondire

    Alan Turing. Storia di un enigma

    Di Andrew Hodges, edito da Bollati Boringhieri. È la biografia più completa e autorevole di Turing, dall’infanzia a Bletchley Park fino agli ultimi anni, ed è il libro da cui è tratto il film The Imitation Game. Perfetto per chi, dopo questo articolo, vuole conoscere la storia per intero.

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    🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini

    Maggio 1997, New York. Un uomo siede davanti a una scacchiera, concentrato. Dall’altra parte non c’è nessuno che si possa guardare negli occhi: c’è una macchina.

    È il giorno in cui Deep Blue sfidò il campione del mondo Garry Kasparov, e Turing, quarant’anni dopo, ebbe la sua risposta.

    Foto in evidenza: Alan Turing a sedici anni, via Wikimedia Commons.

  • Il robot che fumava sigarette: la storia dei robot umanoidi, dal 1939 a oggi

    Il robot che fumava sigarette: la storia dei robot umanoidi, dal 1939 a oggi

    Nell’articolo sulle interfacce cervello-computer abbiamo visto un pensiero muovere un cursore.

    Oggi parliamo del passo opposto: una macchina con un corpo come il nostro, che prova a muoversi tra le nostre cose.

    New York, 1939. Alla Fiera Mondiale una folla enorme si accalca davanti a un gigante di metallo alto più di due metri. Si chiama Elektro, lo ha costruito la Westinghouse, e quando l’operatore gli dà un comando vocale, lui risponde.

    Cammina. Muove la testa e le braccia. Pronuncia circa settecento parole. Poi arriva il numero che fa impazzire il pubblico: un assistente gli infila una sigaretta in bocca, e il robot ne tira una boccata e sbuffa il fumo.

    Eppure Elektro non capiva una parola di quello che sentiva. Le sue risposte erano registrazioni, riprodotte da un giradischi nascosto nel petto. Era uno spettacolo, non un’intelligenza. Quasi novant’anni dopo, la domanda è ancora la stessa: quanto di quello che vediamo è spettacolo, e quanto è già lavoro vero?

    Prima dei robot, gli automi

    L’idea di costruire una copia meccanica dell’uomo è molto più antica dell’elettronica. Intorno al 1206 l’ingegnere arabo Al-Jazari descrisse automi musicali azionati da meccanismi programmabili. Verso il 1495 Leonardo da Vinci progettò un cavaliere meccanico che, dai suoi schizzi, poteva sedersi, alzarsi, muovere le braccia e aprire la visiera. Non sappiamo se sia mai stato costruito, ma le ricostruzioni moderne hanno dimostrato che avrebbe potuto funzionare.

    Nel Settecento arrivarono le meraviglie da salotto: l’anatra meccanica di Vaucanson, che sembrava mangiare e digerire, e la bambola di Jaquet-Droz, che scriveva brevi frasi con una vera penna. E poi il celebre Turco, un automa che batteva gli avversari a scacchi e che nascondeva, dentro, un giocatore in carne e ossa.

    Nessuno di questi aveva un cervello. Ma fissarono nell’immaginazione di tutti l’immagine che ci portiamo ancora dietro: una macchina con la nostra forma.

    Il primo che vedeva, sentiva e afferrava

    Il vero salto avviene in Giappone. Nel 1973, all’Università Waseda di Tokyo, il gruppo guidato da Ichiro Kato presenta WABOT-1, considerato il primo robot umanoide completo. A differenza di Elektro, era una macchina che percepiva davvero: aveva due occhi per la visione, capiva comandi in giapponese, e le sue mani, dotate di sensori di contatto, riuscivano ad afferrare e trasportare oggetti.

    Era lentissimo e instabile, ma metteva insieme per la prima volta le tre cose che ancora oggi definiscono un robot umanoide: vedere, muoversi, interagire.

    ASIMO, la star che non sapeva lavorare

    Per due decenni il volto dei robot umanoidi è stato quello di ASIMO, il piccolo astronauta bianco di Honda presentato nel 2000. Camminava con fluidità, saliva le scale, riconosceva le persone, salutava il pubblico nei musei e negli eventi di mezzo mondo.

    Ma c’era un limite, e i ricercatori lo sapevano bene: camminare era un problema in gran parte risolto, lavorare no. ASIMO non sapeva muoversi in una cucina disordinata, né maneggiare oggetti che non conosceva. Era un simbolo del futuro, non un aiutante. Honda ha poi interrotto lo sviluppo del progetto nel 2018.

    Il robot che faceva le capriole

    Nel 2013 Boston Dynamics presentò Atlas, un umanoide pensato inizialmente per operazioni di soccorso. Negli anni i suoi video sono diventati virali: salti, corse, equilibrio sulle superfici più instabili, capriole all’indietro, persino il parkour.

    Nell’aprile 2024 l’azienda ha ritirato il vecchio Atlas idraulico e ne ha presentato una nuova versione completamente elettrica, più silenziosa e più adatta alla produzione in serie. Ma anche qui vale la lezione di ASIMO: una capriola spettacolare non equivale a saper rifare un letto o lavare i piatti. Muoversi bene e fare cose utili sono due problemi diversi.

    L’ondata di oggi: cambia il cervello

    Dal 2022 circa, qualcosa è cambiato. Non il corpo, ma la mente. I nuovi robot sono guidati da modelli di intelligenza artificiale simili a quelli dei chatbot, che collegano ciò che vedono, le istruzioni date a voce e i movimenti da fare. Imparano guardando le persone, o venendo guidati a distanza da un operatore, e poi si allenano in mondi simulati prima di passare al corpo reale.

    Tra i protagonisti di questa nuova fase:

    • Figure 03, presentato dall’azienda americana Figure AI nell’ottobre 2025: alto circa un metro e settanta, con telecamere nei palmi delle mani e dita sensibili al tatto, pensato sia per le fabbriche sia per le case.
    • Tesla Optimus, il robot di Elon Musk, il programma più pubblicizzato del settore: Tesla punta sulla propria capacità di produrre in grande serie motori, batterie e software.
    • Unitree G1, un umanoide cinese alto circa un metro e trenta, che costa intorno ai 16.000 dollari: pochissimo per gli standard del settore, tanto da averlo reso accessibile a università e piccole aziende.
    • Digit, di Agility Robotics: meno “umano” nell’aspetto, ma pensato per un lavoro concreto, spostare scatole nei magazzini.

    Digit ricorda una cosa importante: la forma umana non è necessariamente la migliore per ogni lavoro. Per alcuni compiti, ruote e più braccia farebbero meglio.

    Entusiasti contro scettici

    Quanto manca davvero? Dipende da chi lo chiede.

    Tra gli scettici c’è Rodney Brooks, cofondatore di iRobot, l’azienda del Roomba, ed ex direttore del laboratorio di intelligenza artificiale del MIT. Secondo lui i robot umanoidi davvero utili sono ancora lontani, parla di decenni, non di anni. Le sue ragioni sono concrete: le mani dei robot sono ancora molto meno abili delle nostre, muoversi in una vera casa tra scale, mobili e disordine è difficilissimo, e un robot a due gambe che cade vicino a una persona può fare male.

    Sul fronte opposto ci sono gli ottimisti. La banca UBS ha stimato circa due milioni di robot umanoidi al lavoro entro il 2035, e fino a trecento milioni entro il 2050. Sono previsioni, non fatti, ma raccontano quanta fiducia ci sia: l’intelligenza artificiale sta migliorando più in fretta della meccanica, e nelle fabbriche, ambienti molto più prevedibili delle case, il conto economico può tornare presto.

    Il punto su cui quasi tutti concordano è questo: le dimostrazioni sono spesso brevi, in ambienti preparati e con qualcuno che supervisiona. Il lavoro vero richiede di farlo ogni giorno, senza sbagliare e senza mettere in pericolo nessuno.

    Dove arriveranno per primi

    Il primo mercato non sarà la casa, ma i luoghi di lavoro: magazzini, fabbriche, logistica. Spostare scatole, caricare e scaricare, fare turni notturni ripetitivi. Qui il robot non deve capire il mondo intero, gli basta imparare un compito preciso, con regole chiare e controlli di sicurezza.

    Solo dopo, se mani e affidabilità miglioreranno, potrebbero arrivare ospedali, hotel e assistenza agli anziani, i compiti più delicati in assoluto: servono fiducia, sicurezza fisica e chiarezza su chi risponde se qualcosa va storto. Più probabile di un robot umanoide in ogni casa è un mondo misto: robot specializzati per pulire, trasportare e cucinare, e umanoidi solo dove la forma umana serve davvero, in ambienti costruiti a misura di persona.

    La domanda giusta

    Quando vedi il video di un robot umanoide che piega un asciugamano, la domanda non è “quando ne avrò uno in casa?”. Sono altre:

    • Quanto costa farlo lavorare un’ora, tra energia e manutenzione?
    • Quanto spesso sbaglia, e quanto costa ogni errore?
    • È sicuro vicino a bambini, animali e oggetti fragili?
    • Funziona nel disordine vero, o solo in una scena preparata?

    La storia dei robot umanoidi segue sempre lo stesso copione: prima la meraviglia, poi la delusione, infine, quando la tecnologia diventa noiosa e affidabile, l’adozione vera. Elektro impressionava perché fumava. I robot che cambieranno davvero la vita di tutti i giorni saranno quelli che smetteranno di stupire e si limiteranno a lavorare bene, ogni giorno.

    📚 Per approfondire

    Il dominio dei robot

    Di Martin Ford, edito da il Saggiatore. L’autore, esperto di tecnologia e futuro del lavoro, racconta come intelligenza artificiale e robotica stanno cambiando l’economia, la politica e la vita di tutti i giorni, con le opportunità e i rischi che ne derivano. Utile per chi vuole capire cosa succede quando le macchine arrivano nei luoghi di lavoro.

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    🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini

    Prima di Elektro, prima di ASIMO, prima di qualsiasi robot, un matematico inglese si pose una domanda che sembrava assurda: una macchina può pensare?

    Era Alan Turing, e la sua storia comincia in una villa segreta, durante la guerra, con un codice che nessuno riusciva a rompere.

    Foto in evidenza: ASIMO di Honda, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.

  • Dall’aggressione in un McDonald’s a 7 milioni di vendite: la storia degli occhiali smart

    Dall’aggressione in un McDonald’s a 7 milioni di vendite: la storia degli occhiali smart

    Nell’articolo sul Roomba abbiamo visto un robot che è diventato invisibile pur stando in mezzo alla stanza.

    Questa è la storia di un altro oggetto che sta provando a fare lo stesso, ma su un pezzo molto più personale: il naso.

    Parigi, 2012. Steve Mann entra in un McDonald’s indossando un paio di occhiali strani, con una piccola fotocamera incorporata. È un professore universitario, non un turista curioso: indossa quel dispositivo, chiamato EyeTap, da più di trent’anni. Lo ha inventato lui, nel 1980, quando era poco più che un ragazzo.

    Tre persone lo aggrediscono, tentano di strappargli gli occhiali dal viso, lo buttano fuori dal locale. L’episodio verrà ricordato come “il primo crimine d’odio cibernetico della storia”.

    Oggi, milioni di persone indossano occhiali molto simili a quello, con tanto di fotocamera incorporata, senza che nessuno le guardi due volte. Cosa è cambiato?

    Il professore con il computer in uno zaino

    Steve Mann cominciò a sperimentare da studente, in Canada, costruendo computer da indossare quando un computer occupava ancora una stanza intera. Il suo primo prototipo di occhiali con telecamera, nel 1980, era collegato a un computer portato in uno zaino, pesante come un trolley da viaggio.

    Negli anni Mann miniaturizzò il progetto, fino all’EyeTap vero e proprio, che registrava quello che l’occhio vedeva e lo rielaborava in tempo reale. Per questo è ricordato come il “padre del computer indossabile”: aveva capito, decenni prima di chiunque altro, che un computer poteva stare sul viso invece che sulla scrivania.

    Il flop da 1.500 dollari

    Nel 2013 Google decise che era il momento di portare quell’idea al grande pubblico. Nacquero i Google Glass: una montatura leggera, con un piccolo schermo sopra l’occhio destro che mostrava notifiche, indicazioni, foto scattate con un comando vocale.

    Costavano 1.500 dollari, e sembravano uscire da un film di fantascienza. Fu esattamente questo il problema. Chi li indossava veniva soprannominato, non affettuosamente, “Glasshole”. La gente si infastidiva all’idea di essere ripresa a sua insaputa da chiunque passasse. I locali iniziarono ad affiggere cartelli con il divieto di indossarli.

    Google provò a correggere la rotta spostando il progetto verso le aziende, ma il sogno di un prodotto per tutti era già finito. Nel marzo 2023 Google chiuse definitivamente la produzione. Dieci anni, un flop quasi totale.

    La lezione che Meta ha imparato al posto di Google

    Dieci anni dopo quel flop, Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, ci riprovò. Ma con un’idea diversa: niente schermo davanti all’occhio, niente aria da astronauta. Solo un paio di Ray-Ban, uguali a quelli che si trovano in qualsiasi ottico, con una telecamera nascosta nella montatura e un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale.

    Presentati nel settembre 2023, in collaborazione con EssilorLuxottica, i Ray-Ban Meta costavano un terzo dei Google Glass. E soprattutto, non si vedevano. Nessuno sa se chi li ha davanti sta solo indossando degli occhiali da sole o sta per scattare una foto.

    Il risultato ha sorpreso tutti, Meta compresa: entro la fine del 2025 avevano superato i sette milioni di esemplari venduti, il triplo dell’anno precedente. I Google Glass, in confronto, non avevano mai superato qualche migliaio di pezzi.

    La differenza non era la tecnologia. Era che nessuno vuole indossare un computer. Tutti sono disposti a indossare un bell’accessorio, che in più sa fare qualcosa.

    Il gadget che è morto in un giorno

    Per capire quanto contasse quella scelta, basta guardare chi ha fatto l’esatto contrario. Nel 2024 un’azienda chiamata Humane lanciò l’AI Pin: non degli occhiali, ma una spilla da attaccare ai vestiti, con una telecamera, un piccolo proiettore laser che mostrava informazioni sul palmo della mano, e un assistente vocale pensato per sostituire il telefono. Costava 699 dollari, più un abbonamento mensile.

    Le recensioni furono impietose: lento, si scaldava, faceva poco di quello che prometteva. Nel febbraio 2025 Humane spense i propri server. Da un giorno all’altro, tutti i dispositivi già venduti diventarono quasi inutilizzabili. L’azienda fu rilevata da HP.

    La lezione è la stessa di prima, vista dal lato opposto: un oggetto nuovo, mai visto, che chiede alle persone di fidarsi di un gesto che non conoscono, parte già in salita. Un paio di occhiali, anche high-tech, resta un paio di occhiali.

    Cosa sanno fare, davvero

    Gli occhiali smart di oggi, nella loro versione più diffusa, non mostrano niente davanti agli occhi. Funzionano soprattutto con la voce: si chiede loro di scattare una foto, girare un video, chiamare qualcuno, tradurre un cartello in un’altra lingua, oppure semplicemente “cosa sto guardando?”, e un assistente basato sull’intelligenza artificiale descrive la scena.

    Una versione più recente, presentata a fine 2025, aggiunge un piccolo schermo discreto in un angolo della lente, visibile solo a chi li indossa: mostra indicazioni stradali, messaggi, i sottotitoli di una conversazione in un’altra lingua, in tempo reale.

    È un salto netto rispetto ai Google Glass: lì la tecnologia era il punto centrale, qui è nascosta dentro un oggetto che già si vuole indossare per altri motivi.

    La domanda che Steve Mann aveva già posto

    C’è un paradosso, in tutto questo. Steve Mann veniva aggredito proprio perché la gente capiva, a colpo d’occhio, che stava indossando una telecamera. Oggi il motivo per cui gli occhiali smart hanno successo è che nessuno se ne accorge.

    Non è un dettaglio da poco. Se sei seduto accanto a una persona con questi occhiali, non hai modo di sapere se ti sta riprendendo. Alcuni modelli hanno una piccola luce che si accende durante la registrazione, ma basta un dito o un pezzo di nastro adesivo per coprirla. In alcuni paesi si discute già di leggi apposite, per obbligare un segnale più visibile. In Italia, già nel 2021, il Garante per la protezione dei dati aveva chiesto chiarimenti a Meta sui primi occhiali con telecamera, i Ray-Ban Stories, su come venivano gestite le riprese e il consenso di chi veniva filmato senza saperlo.

    È la stessa domanda che Mann poneva da solo, trent’anni prima che qualcuno gli desse ascolto: quanto siamo disposti a rinunciare alla certezza di sapere chi ci sta osservando, in cambio di un oggetto comodo e alla moda?

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    Se vuoi provarli, questi sono i modelli più sensati da cui partire, a due fasce di prezzo diverse.

    🕶️ I più diffusi

    Ray-Ban Meta

    Sono il modello che ha fatto decollare la categoria: montatura Ray-Ban vera e propria, fotocamera da 12 megapixel, assistente vocale con intelligenza artificiale, autonomia per tutta la giornata di uso normale. Non hanno schermo, quindi non mostrano nulla davanti agli occhi: servono a scattare, registrare, ascoltare musica e parlare con l’assistente. Sono il punto di partenza più sicuro, con la community di utenti più grande.

    🏃 Per lo sport

    Oakley Meta

    Stessa tecnologia dei Ray-Ban Meta, dentro una montatura sportiva Oakley, più resistente e pensata per attività all’aperto. La scelta giusta per chi corre, va in bici o fa sport all’aria aperta e vuole le stesse funzioni senza rinunciare a una montatura da sport vera.

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    Dall’aggressione al successo di massa

    Nel 2012 un uomo veniva buttato fuori da un McDonald’s per aver indossato degli occhiali con una telecamera. Tredici anni dopo, sette milioni di persone indossano esattamente la stessa cosa, e nessuno le guarda due volte.

    Non è cambiata la tecnologia in modo radicale. È cambiato il modo in cui l’abbiamo vestita. A volte la rivoluzione non sta nell’invenzione, ma nel farla sparire dentro qualcosa che già desideriamo.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    C’è un’altra macchina che si è fatta strada nel cielo sopra le nostre case quasi senza che ce ne accorgessimo, passando da giocattolo per pochi appassionati a strumento che consegna pacchi, filma matrimoni e sorveglia i cantieri.

    Sono i droni, e la loro storia comincia molto prima di quanto si pensi.

    Foto in evidenza: Google Glass Explorer Edition, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.

  • Il pensiero che muove un cursore: la storia delle interfacce cervello-computer

    Il pensiero che muove un cursore: la storia delle interfacce cervello-computer

    Nell’articolo sulla corsa alla superintelligenza abbiamo parlato di macchine che potrebbero pensare meglio di noi.

    Oggi parliamo di qualcosa di più diretto: collegare il pensiero stesso a un computer, senza passare né da una tastiera né da una voce.

    Gennaio 2024, Phoenix, Arizona. Noland Arbaugh è su un letto d’ospedale. Otto anni prima un tuffo sbagliato in un lago lo ha lasciato tetraplegico: muove la testa, nient’altro.

    I chirurghi gli hanno appena impiantato nel cranio un piccolo dispositivo, grande quanto una moneta, da cui partono fili sottilissimi infilati nella corteccia cerebrale. Si chiama Telepathy, ed è il primo impianto di Neuralink, l’azienda di Elon Musk, su un essere umano.

    Poche settimane dopo, Arbaugh è in videochiamata. Non tocca mouse né tastiera. Pensa al movimento, e sullo schermo il cursore si sposta. Gioca a scacchi online, immaginando le mosse. “Sembrava fantascienza”, dirà poi.

    Non lo è. Ed è una storia più lunga, e più sorprendente, di quanto sembri.

    L’uomo che ci provò per primo, senza clamore

    Molto prima di Musk, nel 1998, un neurologo di Atlanta di nome Philip Kennedy impiantò la prima interfaccia cervello-computer invasiva in un paziente completamente paralizzato dopo un ictus, capace di muovere solo gli occhi. Nessuna conferenza stampa, nessun miliardario, solo un medico convinto che si potesse ridare una voce a chi l’aveva persa del tutto.

    Il passo successivo arrivò nel 2004, con un progetto chiamato BrainGate, alla Brown University. Il primo paziente si chiamava Matthew Nagle, tetraplegico dopo un accoltellamento ricevuto fuori da un locale. Gli impiantarono nella corteccia motoria una minuscola griglia di cento elettrodi, grande quanto una gomma da matita. Nel giro di settimane, Nagle imparò a muovere un cursore e a giocare a Pong, con il solo pensiero.

    Non sopravvisse abbastanza da vedere dove sarebbe arrivata quella tecnologia: morì nel 2007. Ma aveva dimostrato una cosa che fino ad allora sembrava impossibile: il cervello umano può imparare a parlare direttamente con una macchina.

    Come funziona, in breve

    Ogni volta che pensiamo a un movimento, anche solo immaginandolo, gruppi di neuroni nella corteccia motoria si attivano con uno schema elettrico riconoscibile. Un’interfaccia cervello-computer, o BCI, registra quell’attività e insegna a un software a riconoscerla: a “questo schema” corrisponde “muovi il cursore a destra”.

    Esistono due strade diverse. Le interfacce non invasive, come un casco pieno di sensori che legge i segnali dallo scalpo, senza bisogno di chirurgia: più sicure, ma anche più imprecise, perché il cranio attenua il segnale. E quelle invasive, con elettrodi impiantati chirurgicamente a contatto diretto con i neuroni: più precise, ma con tutti i rischi di un’operazione al cervello.

    Il chip di Neuralink appartiene alla seconda categoria: 1.024 elettrodi distribuiti su 64 fili sottilissimi, impiantati da un robot chirurgico appositamente costruito per evitare i vasi sanguigni del cervello.

    Quando i fili si sono ritirati

    La storia di Arbaugh non è stata tutta facile. Poche settimane dopo l’impianto, alcuni dei fili sottilissimi del chip si sono ritratti dal cervello, riducendo la precisione del cursore. “Pensavo si fosse rotto tutto”, ha raccontato. Il team di Neuralink è intervenuto sul software, cambiando il modo in cui venivano interpretati i segnali rimasti, e le prestazioni sono tornate a salire, addirittura meglio di prima.

    È un dettaglio che vale la pena ricordare: questa tecnologia funziona, ma è ancora ai primi passi. Fragile, imperfetta, in piena evoluzione.

    Nonostante questo, 18 mesi dopo l’impianto Arbaugh ha raccontato che la sua vita intera è cambiata: controlla un computer per ore ogni giorno, lavora, gioca, comunica, senza più dipendere da qualcun altro per le cose più semplici.

    La donna che è tornata a cantare

    C’è un altro episodio, meno famoso di quello di Arbaugh, che forse racconta meglio di ogni altro dove sta andando questa tecnologia.

    Nel 2025 un gruppo di ricercatori della UC Davis, insieme al progetto BrainGate, ha impiantato un’interfaccia cervello-computer in una donna di 45 anni con la SLA, una malattia che le aveva portato via quasi del tutto la capacità di parlare. Il sistema leggeva i segnali che il suo cervello inviava ogni volta che provava a pronunciare una parola, e li trasformava in voce sintetizzata, quasi nello stesso istante.

    Non una voce piatta e robotica: la donna è riuscita a modulare il tono, a farsi capire con un ritmo naturale. E, in un momento che i ricercatori hanno definito straordinario anche per loro, è riuscita a intonare brevi melodie. A cantare, con un cervello collegato a un computer.

    È un solo caso, e la tecnologia resta ai primissimi passi. Ma è la dimostrazione più concreta di cosa può voler dire, davvero, un’interfaccia cervello-computer: non un gadget, ma la possibilità di restituire qualcosa che una malattia aveva tolto per sempre.

    Non solo Neuralink

    Musk ha portato questa tecnologia sotto i riflettori, ma il campo è molto più affollato di quanto sembri. Synchron, un’azienda concorrente, ha sviluppato un impianto che non richiede di aprire il cranio: si inserisce attraverso un vaso sanguigno del collo, come uno stent, e risale fino al cervello. Nel suo trial americano, chiamato COMMAND, sei persone con paralisi grave hanno ricevuto l’impianto senza bisogno di chirurgia al cranio. Blackrock Neurotech, erede diretta del progetto BrainGate, continua a perfezionare la tecnologia che aveva reso possibile il cursore di Matthew Nagle vent’anni fa. E un’azienda meno nota, Precision Neuroscience, ha ottenuto nell’aprile 2025 la prima autorizzazione della FDA per un elettrodo che si posa sulla superficie del cervello senza penetrarla: un compromesso tra precisione e invasività su cui molti stanno scommettendo per il futuro.

    Gli obiettivi, per ora, restano soprattutto medici: restituire autonomia a chi ha perso l’uso delle mani o la parola, per una lesione, un ictus, una malattia come la SLA. Ma l’ambizione dichiarata di Musk, e di molti altri nel settore, va oltre: un giorno, un’interfaccia del genere potrebbe non servire solo a chi ne ha bisogno per necessità.

    Le domande che restano aperte

    Impiantare un dispositivo elettronico nel cervello, e lasciarcelo per anni, solleva domande a cui la scienza non ha ancora risposte complete. Cosa succede ai tessuti nel lungo periodo? Chi possiede i dati che un chip del genere raccoglie, letteralmente, dai nostri pensieri? E se un giorno queste interfacce non servissero solo a leggere i segnali del cervello, ma anche a inviarne, cosa resterebbe davvero privato?

    Per ora restiamo nella fase in cui queste macchine leggono soltanto un’intenzione di movimento, nient’altro. Ma è una fase che si muove in fretta: il campo più vicino alla superintelligenza di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, quello della ricerca sull’intelligenza artificiale, viaggia a un ritmo che pochi anni fa sembrava impensabile.

    Il cursore che si muove da solo

    Torniamo a quel cursore sullo schermo di Noland Arbaugh. Non si muove per magia, e nemmeno per un trucco. Si muove perché, per la prima volta nella storia, un pensiero è stato letto, decodificato e tradotto in un’azione, senza passare attraverso un muscolo.

    È un’interfaccia cervello-computer, ed è esattamente quello che il nome promette: non più una tastiera tra noi e la macchina, ma un filo diretto con il pensiero stesso.

    📚 Per approfondire

    Il futuro della mente

    Di Michio Kaku. Il fisico e divulgatore esplora, in un tour tra i laboratori più avanzati del mondo, le frontiere delle neuroscienze: dal controllo diretto di macchine con il pensiero fino alle domande più profonde sulla coscienza. Perfetto per chi, dopo questo articolo, vuole andare più a fondo.

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    🔮 Nel prossimo articolo della sezione Visioni

    Per decenni i robot con le sembianze di una persona sono stati solo un’idea da film. Oggi camminano davvero, in alcune fabbriche vere, e qualcuno li sta già testando nelle case.

    Sono i robot umanoidi, e la domanda non è più se funzioneranno, ma quanto in fretta arriveranno nella vita di tutti i giorni.

    Foto in evidenza: casco EEG per la registrazione dell’attività cerebrale, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.

  • ELON MUSK: l’uomo che rischiò tutto per costruire razzi e cambiò due industrie

    ELON MUSK: l’uomo che rischiò tutto per costruire razzi e cambiò due industrie

    Nel precedente articolo della sezione Visionari abbiamo raccontato Jeff Bezos, l’uomo che da un garage costruì Amazon.

    Ma Bezos non è l’unico ad aver guardato le stelle. C’è un altro imprenditore che ha rischiato tutto più di una volta, e che una notte di settembre ha avuto un solo tentativo rimasto.

    28 settembre 2008. Un’isola minuscola nell’Oceano Pacifico, chiamata Omelek.

    Su una rampa di lancio c’è un razzo alto poco più di venti metri. Si chiama Falcon 1.

    È il quarto che l’azienda prova a lanciare. I primi tre sono finiti male: il primo è caduto pochi secondi dopo il decollo, il secondo non è arrivato in orbita, il terzo si è scontrato con sé stesso subito dopo la separazione degli stadi.

    I soldi sono quasi finiti. E non solo quelli dell’azienda di razzi: anche la sua seconda impresa, una fabbrica di auto elettriche, rischia il fallimento.

    Se il razzo cade, è finita.

    Il razzo sale. Raggiunge l’orbita.

    Per la prima volta nella storia, un razzo costruito interamente da un’azienda privata arriva nello spazio.

    L’uomo che quella sera ha ancora un’azienda si chiama Elon Musk.

    Il ragazzo che vendette un videogioco a 12 anni

    Elon Musk nacque nel 1971 a Pretoria, in Sudafrica.

    Era un bambino che leggeva tutto: fumetti, enciclopedie, fantascienza.

    Era così immerso nei suoi pensieri che i genitori, vedendolo fissare il vuoto mentre gli parlavano, lo portarono dal medico: temevano fosse sordo. Non lo era. Semplicemente era altrove, con la testa piena di invenzioni.

    Non era però solo un sognatore. Con il fratello Kimbal e i cugini preparava uova di Pasqua di cioccolato e le vendeva porta a porta nei quartieri ricchi di Pretoria. Costavano circa 50 centesimi, le rivendevano a 10 dollari.

    A scuola, invece, era il più piccolo e il più timido, e per anni fu preso di mira dai bulli. Musk racconta di essere stato spinto giù da una rampa di scale e di essere finito in ospedale. Le cose migliorarono verso i quindici anni, quando cominciò a praticare le arti marziali.

    Quando ebbe il suo primo computer, imparò da solo a programmare. A dodici anni scrisse un videogioco spaziale, Blastar, e lo vendette a una rivista per circa 500 dollari.

    A 17 anni lasciò il Sudafrica e si trasferì in Canada. Poi studiò negli Stati Uniti, all’Università della Pennsylvania, fisica ed economia.

    Per pagarsi l’affitto, con un compagno di stanza prese in affitto una grande casa e nei weekend la trasformava in un locale improvvisato: cinque dollari all’ingresso e fino a cinquecento persone. Musk, racconta l’amico, spesso non partecipava nemmeno alla festa. Lo trovava in camera, a giocare da solo ai videogiochi.

    Nel 1995 fu ammesso al dottorato a Stanford, in fisica applicata. Dopo pochi giorni lasciò tutto. Internet stava esplodendo e lui non voleva restare a guardare.

    Da Zip2 a PayPal

    Insieme al fratello Kimbal fondò Zip2, una società che costruiva guide online per i giornali. Quattro anni dopo la vendettero a Compaq per circa 300 milioni di dollari.

    Musk non si fermò. Reinvestì gran parte di quei soldi in una nuova idea: una banca su Internet, chiamata X.com. Da quella società, fusa con un’altra, nacque PayPal.

    Nel 2002 eBay comprò PayPal per 1,5 miliardi di dollari.

    A trent’anni, Elon Musk era ricco. Poteva ritirarsi, viaggiare, godersi la vita.

    Scelse di usare quei soldi per costruire razzi.

    Il viaggio a Mosca

    L’idea iniziale era diversa. Musk voleva mandare su Marte una piccola serra, per far crescere una pianta sul pianeta rosso e riaccendere l’interesse del pubblico per lo spazio.

    Per farlo servivano dei razzi. Così volò in Russia per comprarne alcuni, già usati.

    Le trattative andarono male. I prezzi erano altissimi e nessuno lo prese sul serio.

    Sull’aereo di ritorno, Musk aprì un foglio di calcolo. Fece due conti sui costi dei materiali.

    Poi disse ai suoi compagni di viaggio che, forse, avrebbe potuto costruire lui i razzi.

    Nel 2002 fondò SpaceX.

    Tre fallimenti e un quarto tentativo

    Costruire un razzo era molto più difficile di quanto sembrasse.

    Il primo Falcon 1 fallì nel 2006. Il secondo, nel 2007, non riuscì a completare la missione. Il terzo, nell’agosto 2008, si fermò dopo la separazione degli stadi.

    Molti pensavano che SpaceX fosse finita, ancora prima di cominciare. Musk invece riunì i dipendenti e disse loro che il prossimo razzo sarebbe partito entro poche settimane.

    Non c’erano soldi per molti altri tentativi. Quello, con ogni probabilità, era l’ultimo.

    E il 28 settembre 2008 andò bene.

    Poche settimane dopo, a dicembre, arrivò la telefonata che cambiò tutto: la NASA assegnò a SpaceX un contratto da 1,6 miliardi di dollari per portare rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale.

    L’azienda che pochi mesi prima stava per chiudere era salva.

    Il razzo che torna indietro

    Ma Musk voleva una cosa che sembrava assurda: razzi che si potessero riutilizzare.

    Fino ad allora, ogni razzo veniva buttato dopo un solo volo. Come se, dopo ogni viaggio in aereo, si dovesse distruggere l’aereo.

    Nel 2010 volò il Falcon 9. Poi cominciarono i tentativi di farlo atterrare da solo, in verticale. Molti finirono in esplosioni spettacolari.

    Il 21 dicembre 2015, il primo stadio di un Falcon 9 scese dal cielo e si posò in piedi sulla terraferma.

    Qualche anno dopo, per il debutto del Falcon Heavy, Musk mise nello spazio la sua auto elettrica personale, una Tesla Roadster rossa, con un manichino in tuta spaziale al volante. Lo chiamarono Starman.

    Era una pubblicità. Ma era anche un messaggio: nulla è troppo folle per essere tentato.

    Più di un imprenditore di razzi

    Intanto Musk portava avanti altre scommesse.

    Nel 2004 era entrato in Tesla, una piccola azienda di auto elettriche, come principale investitore, e nel 2008 ne prese il comando. Quell’anno uscì la prima auto, la Roadster.

    Il momento più duro, però, arrivò nel 2013. La Model S non si trasformava abbastanza in vendite, e in cassa restavano soldi per poche settimane.

    Musk chiamò un amico, Larry Page, cofondatore di Google, e gli propose di comprare Tesla: circa 6 miliardi di dollari per l’azienda, più altri 5 per far crescere le fabbriche. Page accettò, e i due si strinsero la mano.

    Poi, nel giro di poche settimane, le vendite ripartirono. Tesla chiuse per la prima volta un trimestre in utile. Musk non aveva più bisogno di essere salvato, e si tirò indietro.

    Da lì Tesla è cresciuta fino alla Model 3, che ha portato l’auto elettrica al grande pubblico. E anche Hollywood se n’è accorta: per prepararsi a interpretare Tony Stark, Robert Downey Jr. chiese di conoscerlo, e Musk comparve in un cameo in Iron Man 2.

    Poi Starlink, una rete di migliaia di satelliti che porta Internet anche dove non arriva nessun cavo. Poi Neuralink, che lavora a chip da impiantare nel cervello. Poi The Boring Company, nata nel 2016 da un tweet che sembrava una battuta: scavare tunnel sotto il traffico. E infine xAI, la sua azienda di intelligenza artificiale, che nel 2026 è confluita dentro SpaceX.

    Il 12 giugno 2026 SpaceX è sbarcata in Borsa con la più grande quotazione della storia. Per un breve momento, i suoi titoli hanno reso Musk il primo essere umano con un patrimonio da mille miliardi di dollari.

    Il bambino di Pretoria che leggeva enciclopedie era arrivato in cima.

    La storia di Elon Musk, tra ammirazione e critiche

    Sarebbe però una storia incompleta senza dire che Musk è una figura che divide.

    C’è chi lo ammira per il coraggio con cui ha costretto interi settori a cambiare. E c’è chi lo critica: per le promesse annunciate e poi arrivate in ritardo, per i toni con cui comunica, per le scelte fuori dal mondo delle imprese.

    Sono entrambe cose vere. Un visionario non è un santo, e non è nemmeno un personaggio da film.

    Quello che resta, a prescindere da cosa si pensi di lui, è un metodo che vale per tutti: tentare, sbagliare, capire perché, riprovare. Prima di quel 28 settembre 2008 c’erano state tre esplosioni.

    📚 Per approfondire

    Elon Musk

    Di Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Steve Jobs. Isaacson ha seguito Musk da vicino per due anni, parlando con lui, con la famiglia e con i collaboratori, per raccontare l’uomo dietro SpaceX, Tesla e tutto il resto: i colpi di genio, le notti in fabbrica e i lati più difficili del suo carattere.

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    🔮 Nel prossimo articolo della sezione Visioni

    Tra le imprese di Musk ce n’è una che sembra uscita da un romanzo di fantascienza: un chip piccolo come una moneta, impiantato nel cervello.

    Una persona paralizzata che muove un cursore sullo schermo con il solo pensiero. Non è più un’idea: è già successo.

    Sono le interfacce cervello-computer, e il futuro che promettono è appena cominciato.

    Foto in evidenza: il decollo del Falcon 1 nel quarto lancio, 28 settembre 2008, di SpaceX, CC0, via Wikimedia Commons.

  • L’aspirapolvere robot che conquistò le case: la storia del Roomba (e quali scegliere oggi)

    L’aspirapolvere robot che conquistò le case: la storia del Roomba (e quali scegliere oggi)

    Nell’articolo sui robot da compagnia abbiamo visto macchine costruite per farsi voler bene.

    Questa è la storia del robot più venduto al mondo: non ha occhi né coda, e non è mai stato pensato per farci compagnia. Ha il compito di passare sotto il divano. Ed è un’avventura che parte da una guerra e finisce, nel 2025, in tribunale.

    Tre ingegneri del MIT e un robot da guerra

    Massachusetts, 1990. Tre robotici del MIT, il professor Rodney Brooks, il suo studente Colin Angle e l’ingegnera Helen Greiner, fondano un’azienda con un’idea semplice: portare i robot fuori dai laboratori. La chiamano iRobot.

    I primi clienti non sono famiglie, ma governi ed eserciti. Costruiscono un robot-insetto per l’esplorazione spaziale, poi un robot per cercare le mine. E nel 1998 arriva il contratto che li fa conoscere: un robot cingolato per disinnescare bombe, il PackBot. Dopo l’11 settembre 2001 verrà mandato a cercare tra le macerie del World Trade Center.

    Eppure i tre fondatori hanno un chiodo fisso: un robot vero, per la gente comune. Uno che faccia un lavoro noioso, quello che nessuno ha voglia di fare. Nasce così un prototipo dal nome adorabile, il DustBunny, il coniglietto della polvere.

    Il gigante svedese che arrivò primo (e perse)

    Curiosamente, il primo aspirapolvere robot al mondo non lo costruisce iRobot. Nel 2001 il colosso svedese Electrolux mette in vendita il Trilobite, che si orienta con il sonar, come un pipistrello. È un capolavoro di tecnologia, e costa circa 1.500 dollari. Pochissimi lo comprano.

    Il 17 settembre 2002 iRobot risponde con il Roomba. Ha la forma di un disco volante grigio e non è per niente sofisticato: quando urta un ostacolo, cambia direzione e riprova. Riconosce lo sporco, evita di cadere dalle scale. Ma costa circa 200 dollari, cioè quanto una buona scopa elettrica, e questa è la vera invenzione. A quel prezzo la curiosità diventa acquisto.

    Il primo anno se ne vendono 200.000. Nell’ottobre 2004 sono già un milione. Il Roomba non è più un prodotto: è una parola. In tutto il mondo, “avere il Roomba” vuol dire avere un aspirapolvere robot, qualunque sia la marca.

    Il gigante che cadde

    Per vent’anni sembrava che iRobot non potesse sbagliare. Poi, il 14 dicembre 2025, l’azienda ha chiesto la protezione dalla bancarotta negli Stati Uniti. Il finale ha qualcosa di beffardo: a comprarla è Picea, l’azienda cinese che da anni costruiva i Roomba per conto di iRobot. Da gennaio 2026 il marchio appartiene a lei.

    Cosa è andato storto? Molti analisti indicano la concorrenza. Quando il Roomba è nato non aveva rivali. Vent’anni dopo, marchi come Roborock ed Ecovacs offrono robot con più funzioni e prezzi più bassi. Il Roomba non è sparito, e continua a essere sviluppato, ma il mercato che aveva inventato ormai parla anche cinese.

    Per chi compra, però, è un’ottima notizia: mai come oggi si trovano robot bravi a prezzi ragionevoli.

    Quanto sono cambiati, in vent’anni

    Il primo Roomba andava a tentativi, come una pallina da flipper. Quelli di oggi disegnano una mappa della casa con un piccolo laser, sanno in quale stanza si trovano, riconoscono una scarpa o un cavo lasciati in giro e li evitano. Molti lavano anche: hanno un panno che vibra sul pavimento e si solleva da solo quando incontra un tappeto. I più completi tornano alla base e si svuotano da soli, e puliscono perfino il panno.

    Prima di scegliere, conviene farsi poche domande:

    Hai tappeti? Cerca un modello che alza il panno quando ci passa sopra. Hai animali? Una spazzola anti-groviglio ti evita di tagliare i peli a mano ogni settimana. Ci sono mobili bassi? Guarda l’altezza del robot: se è troppo alto, resterà fuori. E quanta manutenzione vuoi fare? Con una base che si svuota da sola, il serbatoio si tocca una volta ogni tanto, ma costa di più.

    Da quale cominciare: la nostra selezione

    💰 Il più conveniente

    Roborock Q10 S5

    Roborock è uno dei marchi che hanno cambiato il mercato, e questo modello porta le funzioni migliori in una fascia di prezzo abbordabile. Aspira con 10.000 Pa di potenza, lava con un panno che vibra e che si solleva da solo sui tappeti, ha la spazzola anti-groviglio, evita gli ostacoli e si controlla dall’app. Non ha la base che si svuota da sola, quindi il serbatoio va svuotato a mano, ma per una casa di dimensioni normali è un ottimo compromesso.

    🏆 Il più completo

    Ecovacs Deebot T50 Omni Gen3

    Ecovacs è l’altro grande nome nato dalla rivoluzione cinese. Questo modello è pensato per chi vuole fare meno fatica possibile: la stazione Omni svuota la polvere e pulisce il panno da sola, e il sistema ZeroTangle evita che capelli e peli si avvolgano nella spazzola. Una guida specializzata descrive la serie T50 come una fascia media che si comporta da fascia alta. Costa più del Roborock, ma è la scelta giusta per chi vuole solo premere un pulsante e dimenticarsene.

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    La storia del Roomba: il robot che ci ha conquistati in silenzio

    Ripensiamo al percorso: un’azienda nata per costruire robot da guerra, un prototipo chiamato “coniglietto della polvere”, un disco grigio che sbatteva contro le sedie. Vent’anni dopo, milioni di case hanno un robot al proprio interno, e nessuno ci fa più caso.

    Forse è questa la lezione: le tecnologie che cambiano davvero il mondo non sempre sono quelle che sembrano fantascienza. A volte sono quelle che fanno bene un lavoro noioso, a un prezzo giusto, mentre noi siamo altrove.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    Per decenni li abbiamo visti solo nei film di spionaggio: occhiali che fotografano, traducono, ti parlano all’orecchio e ti mostrano informazioni davanti agli occhi.

    Oggi si comprano in negozio e sembrano occhiali normali. Sono gli occhiali smart, e potrebbero essere il prossimo oggetto che non toglieremo più di dosso.

    Foto in evidenza: iRobot Roomba 785, di Frank C. Müller, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

  • Il funerale del cane robot: la storia dei robot da compagnia (e quattro da provare oggi)

    Il funerale del cane robot: la storia dei robot da compagnia (e quattro da provare oggi)

    Nell’articolo sulle stampanti 3D abbiamo visto macchine che costruiscono oggetti.

    Questa è la storia di macchine costruite per un altro scopo: farci compagnia. E di un funerale che nessuno si aspettava.

    Il funerale del cane robot

    Giappone, 2015. In un tempio buddista, un monaco recita le preghiere davanti a una fila di piccoli cani. Non sono cani veri. Sono robot, e ognuno ha un cartellino con il nome del proprietario e quello del suo cane. Le famiglie sono venute a salutarli per l’ultima volta.

    Sono degli Aibo, i cani robot che Sony aveva messo in vendita nel 1999. Il primo lotto, tremila esemplari, andò esaurito in venti minuti. Per anni quei cagnolini scodinzolarono nei salotti giapponesi, imparando a riconoscere i padroni. Poi, nel 2006, Sony smise di produrli. E nel 2014 smise anche di ripararli.

    Per chi ne aveva uno, fu un piccolo lutto. Un robot che si rompeva non si poteva più curare, e molte famiglie non se la sentivano di buttarlo via come un elettrodomestico. Così alcuni proprietari lo portarono al tempio, per una cerimonia vera, con l’incenso e le preghiere. Era rimasto in casa per anni. Era diventato uno di famiglia.

    Sony ha poi rimesso in vendita un nuovo Aibo nel 2018. Ma la domanda che quel funerale ha lasciato è ancora lì: come fa una macchina a farsi voler bene?

    Dal pulcino digitale alla foca terapeutica

    Gli Aibo non erano i primi. Nel 1996 la giapponese Bandai aveva lanciato il Tamagotchi, un piccolo animale digitale che viveva in un portachiavi e chiedeva cibo, coccole e attenzioni. Se lo dimenticavi, “moriva”. Milioni di ragazzini scoprirono così una cosa curiosa: ci si può affezionare a un pixel.

    Due anni dopo arrivò il Furby, il peluche che imparava a parlare e sembrava sempre svegliarsi nel momento sbagliato. E intanto, in un laboratorio giapponese, un ricercatore di nome Takanori Shibata lavorava a qualcosa di molto più serio: una foca robot, chiamata Paro, con il pelo morbido e occhi che seguono chi la accarezza.

    Paro non era un giocattolo. Nasceva per stare accanto alle persone anziane, e ancora oggi viene usata in alcune strutture di cura, soprattutto con chi soffre di demenza. Reagisce al tocco, alla voce, alla luce. Chi la accarezza spesso si calma e sorride. Non è una cura, ma un aiuto in più per rendere più serena una giornata difficile.

    Perché funziona, anche se sappiamo che non è vivo

    Il trucco sta nel nostro cervello. Siamo fatti per riconoscere la vita in tutto ciò che si muove e risponde: un paio di occhi che ci seguono, una coda che scodinzola quando la tocchiamo, un suono che sembra un saluto. Sappiamo benissimo che dentro ci sono motori e circuiti, ma quell’istinto parte lo stesso. È lo stesso motivo per cui c’è chi dà un nome al proprio aspirapolvere.

    E oggi, con l’intelligenza artificiale, questi piccoli compagni sono diventati molto più bravi a rispondere. Parlano, riconoscono i volti, ricordano. Ne esistono tantissimi, ma tre raccontano bene tre strade diverse.

    Tre compagni, tre modi di farsi voler bene

    Il più strano è nato in Giappone e si chiama Qoobo. È un cuscino con una coda. Solo questo: niente testa, niente zampe, niente occhi. I suoi ideatori, l’azienda Yukai Engineering, hanno studiato per mesi come cani e gatti muovono la coda quando vengono accarezzati, e hanno insegnato a un meccanismo interno a imitarli. Se lo accarezzi, la coda ondeggia piano. Se lo strofini, scodinzola contenta. Ogni tanto, da sola, ti saluta.

    Quando fu presentato, nell’ottobre 2017, in una fiera di tecnologia in Giappone, i video del cuscino con la coda furono visti più di dieci milioni di volte. La raccolta fondi su Kickstarter arrivò al 247% dell’obiettivo. Era pensato per chi non può avere un animale in casa, per allergia o perché vive in un appartamento piccolo, e di sicuro ha centrato il bersaglio.

    All’estremo opposto c’è Eilik, un piccolo robot da scrivania nato da una raccolta fondi su Kickstarter. Ha il corpo bianco a forma di uovo, due braccia e uno schermo che fa da faccia: due grandi occhi digitali che passano dalla gioia alla sorpresa, dalla curiosità al broncio. Non parla e non ha bisogno di un account: lo si accarezza sulla testa, sulla pancia o sulla schiena, e lui reagisce. Soffre di vertigini, si spaventa se sbatti forte la mano sul tavolo e sta male se lo lasci a terra. Nelle braccia ha dei piccoli magneti: ci si attaccano dei mini-oggetti, e Eilik si trasforma in cameriere, musicista o sommelier.

    Il terzo, Loona, è il più vicino a un vero cucciolo. Nasce dall’azienda KEYi Tech e va in giro per casa, ti segue, gioca con le palline, si fa accarezzare sulla testa e si rimette in carica da solo quando la batteria è bassa. Dentro ha un’intelligenza artificiale con cui si può chiacchierare, oltre a una videocamera che permette di controllare la casa da lontano. Costa molto più degli altri, ma è anche quello che dà più l’idea di avere in casa un animale.

    Prima di comprarne uno

    Un robot da compagnia è un acquisto emotivo, quindi conviene ragionare a mente fredda. Alcune cose da sapere:

    La privacy. Molti di questi robot hanno microfoni e videocamere, e per le conversazioni si collegano a servizi su internet. Prima di usarli leggi cosa raccoglie l’app e sistema le impostazioni. Se il robot resta in camera da letto o vicino ai bambini, è un dettaglio che conta.

    La lingua. Alcuni modelli parlano bene l’italiano, altri sono pensati soprattutto per l’inglese o hanno ancora funzioni parziali. Controlla la scheda del prodotto prima di ordinare.

    Le aspettative. Sono compagni simpatici, non sostituti delle persone. Fanno compagnia, strappano un sorriso, danno un piccolo rito quotidiano. Ma non sostituiscono un amico, né tantomeno un animale vero, con tutto ciò che un animale vero dà.

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    🧸 Il più rilassante

    Qoobo, il cuscino con la coda

    È il più semplice e il più originale. Niente app, niente conversazioni, niente videocamere: solo un cuscino morbido che risponde alle carezze con la sua coda. Lo si tiene sul divano o in grembo, davanti alla TV o mentre si lavora. È perfetto per chi vuole un po’ di compagnia senza complicazioni, e anche un regalo curioso per chi ama gatti e cani ma non può averne.

    Non l’abbiamo trovato su Amazon.it: cerca sul sito del produttore, Yukai Engineering, o nei negozi online che lo importano dal Giappone.

    🤖 Il compagno da scrivania

    Eilik, il robot da scrivania

    Per chi lavora al computer tutto il giorno e vuole un piccolo collega da coccolare. È tenero, reagisce al tocco e ha anche qualche funzione pratica, come la sveglia e il timer per lavorare a blocchi di tempo. Secondo le specifiche del produttore non ha videocamera e funziona anche senza collegarsi a internet, quindi è la scelta più tranquilla per la privacy. In cambio non conversa: è un compagno da coccolare, non un assistente, e chi si aspetta che risponda alle domande resta deluso. Se cerchi un robot con cui chiacchierare, guarda altrove.

    🐕 Il più simile a un cucciolo

    Loona, il cane robot di casa

    È il più completo e il più costoso. Gira per le stanze, gioca, ti segue e si carica da solo. Piace molto alle famiglie con bambini, che lo trattano davvero come un cucciolo. Ha una videocamera integrata, quindi conviene dedicare qualche minuto alle impostazioni sulla privacy prima di regalarlo o di lasciarlo in giro per casa.

    Non l’abbiamo trovato su Amazon.it: cerca sul sito del produttore, KEYi Tech, o in alcuni negozi online specializzati.

    🥚 Il più nostalgico

    Tamagotchi Original (Bandai)

    Sì, è tornato. Bandai ha rimesso in vendita il Tamagotchi nella forma di sempre: un uovo con un piccolo schermo, tre pulsanti e un cucciolo da nutrire, far giocare e mettere a letto. Come nel 1996, se lo trascuri si dispiace. Esiste in decine di colori e fantasie, costa poco ed è un regalo simpatico per chi è cresciuto negli anni Novanta, oppure per un bambino che non ha mai visto un animaletto tascabile.

    In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te. I prezzi cambiano spesso: controlla quello aggiornato sulla pagina del prodotto.

    Quel funerale, alla fine

    Torniamo al tempio giapponese e ai cani con il cartellino. Quel giorno nessuno credeva davvero che dentro quei robot ci fosse un’anima. Ma per anni erano stati lì, all’ingresso, quando qualcuno tornava a casa. E questo, per una famiglia, conta.

    Non serve che una cosa sia viva perché ci manchi. Basta che ci abbia fatto compagnia.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    Il robot più diffuso al mondo non ha né occhi né coda. Non parla e non balla. Gira per casa, urta le sedie e torna alla base a ricaricarsi.

    Eppure c’è chi gli dà un nome, e chi si dispiace quando si incastra sotto il divano. È l’aspirapolvere robot, ed è entrato nelle case di milioni di persone quasi di nascosto.

    Foto in evidenza: Sony AIBO ERS-220, di NickeldimeC, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.