Nell’articolo sulle interfacce cervello-computer abbiamo visto un pensiero muovere un cursore.
Oggi parliamo del passo opposto: una macchina con un corpo come il nostro, che prova a muoversi tra le nostre cose.
New York, 1939. Alla Fiera Mondiale una folla enorme si accalca davanti a un gigante di metallo alto più di due metri. Si chiama Elektro, lo ha costruito la Westinghouse, e quando l’operatore gli dà un comando vocale, lui risponde.
Cammina. Muove la testa e le braccia. Pronuncia circa settecento parole. Poi arriva il numero che fa impazzire il pubblico: un assistente gli infila una sigaretta in bocca, e il robot ne tira una boccata e sbuffa il fumo.
Eppure Elektro non capiva una parola di quello che sentiva. Le sue risposte erano registrazioni, riprodotte da un giradischi nascosto nel petto. Era uno spettacolo, non un’intelligenza. Quasi novant’anni dopo, la domanda è ancora la stessa: quanto di quello che vediamo è spettacolo, e quanto è già lavoro vero?
Prima dei robot, gli automi
L’idea di costruire una copia meccanica dell’uomo è molto più antica dell’elettronica. Intorno al 1206 l’ingegnere arabo Al-Jazari descrisse automi musicali azionati da meccanismi programmabili. Verso il 1495 Leonardo da Vinci progettò un cavaliere meccanico che, dai suoi schizzi, poteva sedersi, alzarsi, muovere le braccia e aprire la visiera. Non sappiamo se sia mai stato costruito, ma le ricostruzioni moderne hanno dimostrato che avrebbe potuto funzionare.
Nel Settecento arrivarono le meraviglie da salotto: l’anatra meccanica di Vaucanson, che sembrava mangiare e digerire, e la bambola di Jaquet-Droz, che scriveva brevi frasi con una vera penna. E poi il celebre Turco, un automa che batteva gli avversari a scacchi e che nascondeva, dentro, un giocatore in carne e ossa.
Nessuno di questi aveva un cervello. Ma fissarono nell’immaginazione di tutti l’immagine che ci portiamo ancora dietro: una macchina con la nostra forma.
Il primo che vedeva, sentiva e afferrava
Il vero salto avviene in Giappone. Nel 1973, all’Università Waseda di Tokyo, il gruppo guidato da Ichiro Kato presenta WABOT-1, considerato il primo robot umanoide completo. A differenza di Elektro, era una macchina che percepiva davvero: aveva due occhi per la visione, capiva comandi in giapponese, e le sue mani, dotate di sensori di contatto, riuscivano ad afferrare e trasportare oggetti.
Era lentissimo e instabile, ma metteva insieme per la prima volta le tre cose che ancora oggi definiscono un robot umanoide: vedere, muoversi, interagire.
ASIMO, la star che non sapeva lavorare
Per due decenni il volto dei robot umanoidi è stato quello di ASIMO, il piccolo astronauta bianco di Honda presentato nel 2000. Camminava con fluidità, saliva le scale, riconosceva le persone, salutava il pubblico nei musei e negli eventi di mezzo mondo.
Ma c’era un limite, e i ricercatori lo sapevano bene: camminare era un problema in gran parte risolto, lavorare no. ASIMO non sapeva muoversi in una cucina disordinata, né maneggiare oggetti che non conosceva. Era un simbolo del futuro, non un aiutante. Honda ha poi interrotto lo sviluppo del progetto nel 2018.
Il robot che faceva le capriole
Nel 2013 Boston Dynamics presentò Atlas, un umanoide pensato inizialmente per operazioni di soccorso. Negli anni i suoi video sono diventati virali: salti, corse, equilibrio sulle superfici più instabili, capriole all’indietro, persino il parkour.
Nell’aprile 2024 l’azienda ha ritirato il vecchio Atlas idraulico e ne ha presentato una nuova versione completamente elettrica, più silenziosa e più adatta alla produzione in serie. Ma anche qui vale la lezione di ASIMO: una capriola spettacolare non equivale a saper rifare un letto o lavare i piatti. Muoversi bene e fare cose utili sono due problemi diversi.
L’ondata di oggi: cambia il cervello
Dal 2022 circa, qualcosa è cambiato. Non il corpo, ma la mente. I nuovi robot sono guidati da modelli di intelligenza artificiale simili a quelli dei chatbot, che collegano ciò che vedono, le istruzioni date a voce e i movimenti da fare. Imparano guardando le persone, o venendo guidati a distanza da un operatore, e poi si allenano in mondi simulati prima di passare al corpo reale.
Tra i protagonisti di questa nuova fase:
- Figure 03, presentato dall’azienda americana Figure AI nell’ottobre 2025: alto circa un metro e settanta, con telecamere nei palmi delle mani e dita sensibili al tatto, pensato sia per le fabbriche sia per le case.
- Tesla Optimus, il robot di Elon Musk, il programma più pubblicizzato del settore: Tesla punta sulla propria capacità di produrre in grande serie motori, batterie e software.
- Unitree G1, un umanoide cinese alto circa un metro e trenta, che costa intorno ai 16.000 dollari: pochissimo per gli standard del settore, tanto da averlo reso accessibile a università e piccole aziende.
- Digit, di Agility Robotics: meno “umano” nell’aspetto, ma pensato per un lavoro concreto, spostare scatole nei magazzini.
Digit ricorda una cosa importante: la forma umana non è necessariamente la migliore per ogni lavoro. Per alcuni compiti, ruote e più braccia farebbero meglio.
Entusiasti contro scettici
Quanto manca davvero? Dipende da chi lo chiede.
Tra gli scettici c’è Rodney Brooks, cofondatore di iRobot, l’azienda del Roomba, ed ex direttore del laboratorio di intelligenza artificiale del MIT. Secondo lui i robot umanoidi davvero utili sono ancora lontani, parla di decenni, non di anni. Le sue ragioni sono concrete: le mani dei robot sono ancora molto meno abili delle nostre, muoversi in una vera casa tra scale, mobili e disordine è difficilissimo, e un robot a due gambe che cade vicino a una persona può fare male.
Sul fronte opposto ci sono gli ottimisti. La banca UBS ha stimato circa due milioni di robot umanoidi al lavoro entro il 2035, e fino a trecento milioni entro il 2050. Sono previsioni, non fatti, ma raccontano quanta fiducia ci sia: l’intelligenza artificiale sta migliorando più in fretta della meccanica, e nelle fabbriche, ambienti molto più prevedibili delle case, il conto economico può tornare presto.
Il punto su cui quasi tutti concordano è questo: le dimostrazioni sono spesso brevi, in ambienti preparati e con qualcuno che supervisiona. Il lavoro vero richiede di farlo ogni giorno, senza sbagliare e senza mettere in pericolo nessuno.
Dove arriveranno per primi
Il primo mercato non sarà la casa, ma i luoghi di lavoro: magazzini, fabbriche, logistica. Spostare scatole, caricare e scaricare, fare turni notturni ripetitivi. Qui il robot non deve capire il mondo intero, gli basta imparare un compito preciso, con regole chiare e controlli di sicurezza.
Solo dopo, se mani e affidabilità miglioreranno, potrebbero arrivare ospedali, hotel e assistenza agli anziani, i compiti più delicati in assoluto: servono fiducia, sicurezza fisica e chiarezza su chi risponde se qualcosa va storto. Più probabile di un robot umanoide in ogni casa è un mondo misto: robot specializzati per pulire, trasportare e cucinare, e umanoidi solo dove la forma umana serve davvero, in ambienti costruiti a misura di persona.
La domanda giusta
Quando vedi il video di un robot umanoide che piega un asciugamano, la domanda non è “quando ne avrò uno in casa?”. Sono altre:
- Quanto costa farlo lavorare un’ora, tra energia e manutenzione?
- Quanto spesso sbaglia, e quanto costa ogni errore?
- È sicuro vicino a bambini, animali e oggetti fragili?
- Funziona nel disordine vero, o solo in una scena preparata?
La storia dei robot umanoidi segue sempre lo stesso copione: prima la meraviglia, poi la delusione, infine, quando la tecnologia diventa noiosa e affidabile, l’adozione vera. Elektro impressionava perché fumava. I robot che cambieranno davvero la vita di tutti i giorni saranno quelli che smetteranno di stupire e si limiteranno a lavorare bene, ogni giorno.
📚 Per approfondire
Il dominio dei robot
Di Martin Ford, edito da il Saggiatore. L’autore, esperto di tecnologia e futuro del lavoro, racconta come intelligenza artificiale e robotica stanno cambiando l’economia, la politica e la vita di tutti i giorni, con le opportunità e i rischi che ne derivano. Utile per chi vuole capire cosa succede quando le macchine arrivano nei luoghi di lavoro.
In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te.
🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini
Prima di Elektro, prima di ASIMO, prima di qualsiasi robot, un matematico inglese si pose una domanda che sembrava assurda: una macchina può pensare?
Era Alan Turing, e la sua storia comincia in una villa segreta, durante la guerra, con un codice che nessuno riusciva a rompere.
Foto in evidenza: ASIMO di Honda, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.



