Il pensiero che muove un cursore: la storia delle interfacce cervello-computer

Casco EEG per registrare l'attività cerebrale, base delle interfacce cervello-computer

Nell’articolo sulla corsa alla superintelligenza abbiamo parlato di macchine che potrebbero pensare meglio di noi.

Oggi parliamo di qualcosa di più diretto: collegare il pensiero stesso a un computer, senza passare né da una tastiera né da una voce.

Gennaio 2024, Phoenix, Arizona. Noland Arbaugh è su un letto d’ospedale. Otto anni prima un tuffo sbagliato in un lago lo ha lasciato tetraplegico: muove la testa, nient’altro.

I chirurghi gli hanno appena impiantato nel cranio un piccolo dispositivo, grande quanto una moneta, da cui partono fili sottilissimi infilati nella corteccia cerebrale. Si chiama Telepathy, ed è il primo impianto di Neuralink, l’azienda di Elon Musk, su un essere umano.

Poche settimane dopo, Arbaugh è in videochiamata. Non tocca mouse né tastiera. Pensa al movimento, e sullo schermo il cursore si sposta. Gioca a scacchi online, immaginando le mosse. “Sembrava fantascienza”, dirà poi.

Non lo è. Ed è una storia più lunga, e più sorprendente, di quanto sembri.

L’uomo che ci provò per primo, senza clamore

Molto prima di Musk, nel 1998, un neurologo di Atlanta di nome Philip Kennedy impiantò la prima interfaccia cervello-computer invasiva in un paziente completamente paralizzato dopo un ictus, capace di muovere solo gli occhi. Nessuna conferenza stampa, nessun miliardario, solo un medico convinto che si potesse ridare una voce a chi l’aveva persa del tutto.

Il passo successivo arrivò nel 2004, con un progetto chiamato BrainGate, alla Brown University. Il primo paziente si chiamava Matthew Nagle, tetraplegico dopo un accoltellamento ricevuto fuori da un locale. Gli impiantarono nella corteccia motoria una minuscola griglia di cento elettrodi, grande quanto una gomma da matita. Nel giro di settimane, Nagle imparò a muovere un cursore e a giocare a Pong, con il solo pensiero.

Non sopravvisse abbastanza da vedere dove sarebbe arrivata quella tecnologia: morì nel 2007. Ma aveva dimostrato una cosa che fino ad allora sembrava impossibile: il cervello umano può imparare a parlare direttamente con una macchina.

Come funziona, in breve

Ogni volta che pensiamo a un movimento, anche solo immaginandolo, gruppi di neuroni nella corteccia motoria si attivano con uno schema elettrico riconoscibile. Un’interfaccia cervello-computer, o BCI, registra quell’attività e insegna a un software a riconoscerla: a “questo schema” corrisponde “muovi il cursore a destra”.

Esistono due strade diverse. Le interfacce non invasive, come un casco pieno di sensori che legge i segnali dallo scalpo, senza bisogno di chirurgia: più sicure, ma anche più imprecise, perché il cranio attenua il segnale. E quelle invasive, con elettrodi impiantati chirurgicamente a contatto diretto con i neuroni: più precise, ma con tutti i rischi di un’operazione al cervello.

Il chip di Neuralink appartiene alla seconda categoria: 1.024 elettrodi distribuiti su 64 fili sottilissimi, impiantati da un robot chirurgico appositamente costruito per evitare i vasi sanguigni del cervello.

Quando i fili si sono ritirati

La storia di Arbaugh non è stata tutta facile. Poche settimane dopo l’impianto, alcuni dei fili sottilissimi del chip si sono ritratti dal cervello, riducendo la precisione del cursore. “Pensavo si fosse rotto tutto”, ha raccontato. Il team di Neuralink è intervenuto sul software, cambiando il modo in cui venivano interpretati i segnali rimasti, e le prestazioni sono tornate a salire, addirittura meglio di prima.

È un dettaglio che vale la pena ricordare: questa tecnologia funziona, ma è ancora ai primi passi. Fragile, imperfetta, in piena evoluzione.

Nonostante questo, 18 mesi dopo l’impianto Arbaugh ha raccontato che la sua vita intera è cambiata: controlla un computer per ore ogni giorno, lavora, gioca, comunica, senza più dipendere da qualcun altro per le cose più semplici.

La donna che è tornata a cantare

C’è un altro episodio, meno famoso di quello di Arbaugh, che forse racconta meglio di ogni altro dove sta andando questa tecnologia.

Nel 2025 un gruppo di ricercatori della UC Davis, insieme al progetto BrainGate, ha impiantato un’interfaccia cervello-computer in una donna di 45 anni con la SLA, una malattia che le aveva portato via quasi del tutto la capacità di parlare. Il sistema leggeva i segnali che il suo cervello inviava ogni volta che provava a pronunciare una parola, e li trasformava in voce sintetizzata, quasi nello stesso istante.

Non una voce piatta e robotica: la donna è riuscita a modulare il tono, a farsi capire con un ritmo naturale. E, in un momento che i ricercatori hanno definito straordinario anche per loro, è riuscita a intonare brevi melodie. A cantare, con un cervello collegato a un computer.

È un solo caso, e la tecnologia resta ai primissimi passi. Ma è la dimostrazione più concreta di cosa può voler dire, davvero, un’interfaccia cervello-computer: non un gadget, ma la possibilità di restituire qualcosa che una malattia aveva tolto per sempre.

Non solo Neuralink

Musk ha portato questa tecnologia sotto i riflettori, ma il campo è molto più affollato di quanto sembri. Synchron, un’azienda concorrente, ha sviluppato un impianto che non richiede di aprire il cranio: si inserisce attraverso un vaso sanguigno del collo, come uno stent, e risale fino al cervello. Nel suo trial americano, chiamato COMMAND, sei persone con paralisi grave hanno ricevuto l’impianto senza bisogno di chirurgia al cranio. Blackrock Neurotech, erede diretta del progetto BrainGate, continua a perfezionare la tecnologia che aveva reso possibile il cursore di Matthew Nagle vent’anni fa. E un’azienda meno nota, Precision Neuroscience, ha ottenuto nell’aprile 2025 la prima autorizzazione della FDA per un elettrodo che si posa sulla superficie del cervello senza penetrarla: un compromesso tra precisione e invasività su cui molti stanno scommettendo per il futuro.

Gli obiettivi, per ora, restano soprattutto medici: restituire autonomia a chi ha perso l’uso delle mani o la parola, per una lesione, un ictus, una malattia come la SLA. Ma l’ambizione dichiarata di Musk, e di molti altri nel settore, va oltre: un giorno, un’interfaccia del genere potrebbe non servire solo a chi ne ha bisogno per necessità.

Le domande che restano aperte

Impiantare un dispositivo elettronico nel cervello, e lasciarcelo per anni, solleva domande a cui la scienza non ha ancora risposte complete. Cosa succede ai tessuti nel lungo periodo? Chi possiede i dati che un chip del genere raccoglie, letteralmente, dai nostri pensieri? E se un giorno queste interfacce non servissero solo a leggere i segnali del cervello, ma anche a inviarne, cosa resterebbe davvero privato?

Per ora restiamo nella fase in cui queste macchine leggono soltanto un’intenzione di movimento, nient’altro. Ma è una fase che si muove in fretta: il campo più vicino alla superintelligenza di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, quello della ricerca sull’intelligenza artificiale, viaggia a un ritmo che pochi anni fa sembrava impensabile.

Il cursore che si muove da solo

Torniamo a quel cursore sullo schermo di Noland Arbaugh. Non si muove per magia, e nemmeno per un trucco. Si muove perché, per la prima volta nella storia, un pensiero è stato letto, decodificato e tradotto in un’azione, senza passare attraverso un muscolo.

È un’interfaccia cervello-computer, ed è esattamente quello che il nome promette: non più una tastiera tra noi e la macchina, ma un filo diretto con il pensiero stesso.

📚 Per approfondire

Il futuro della mente

Di Michio Kaku. Il fisico e divulgatore esplora, in un tour tra i laboratori più avanzati del mondo, le frontiere delle neuroscienze: dal controllo diretto di macchine con il pensiero fino alle domande più profonde sulla coscienza. Perfetto per chi, dopo questo articolo, vuole andare più a fondo.

In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te.

🔮 Nel prossimo articolo della sezione Visioni

Per decenni i robot con le sembianze di una persona sono stati solo un’idea da film. Oggi camminano davvero, in alcune fabbriche vere, e qualcuno li sta già testando nelle case.

Sono i robot umanoidi, e la domanda non è più se funzioneranno, ma quanto in fretta arriveranno nella vita di tutti i giorni.

Foto in evidenza: casco EEG per la registrazione dell’attività cerebrale, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.