Categoria: TECH LAB

Gadget e tecnologie fuori dal comune: prodotti premium selezionati e raccontati da Geniotech

  • Dai palloni su Venezia al drone da 135 grammi: la storia dei droni (e tre da cui partire)

    Dai palloni su Venezia al drone da 135 grammi: la storia dei droni (e tre da cui partire)

    Nell’articolo sugli occhiali smart abbiamo visto una tecnologia che è sparita sul nostro viso.

    Oggi parliamo di una macchina che ha fatto la stessa cosa, ma sopra le nostre teste.

    Luglio 1849. Venezia è assediata dalle truppe austriache, e dal mare nessuna nave riesce ad avvicinarsi alla città. Gli austriaci decidono allora di colpire dall’alto: preparano circa duecento palloni ad aria calda, senza nessuno a bordo, e li caricano di bombe con una miccia a tempo.

    È il primo attacco aereo senza pilota della storia, e quasi un fallimento: il vento cambia direzione e riporta alcuni palloni sulle linee degli stessi austriaci. Ma l’idea è nata. Una macchina che vola senza nessuno dentro, e va dove l’uomo non può o non vuole andare. Ci vorranno più di centosessant’anni perché diventi qualcosa che puoi comprare per pochi centinaia di euro.

    Il “fuco” che diede il nome a tutti

    Con l’aviazione arrivarono i primi veri aerei senza pilota. Nel 1918 gli Stati Uniti ordinarono migliaia di Kettering Bug, piccoli biplani di legno e cartone progettati da Charles Kettering, con il contributo di Orville Wright. Il Bug volava per un numero stabilito di giri del motore, poi perdeva le ali e precipitava sul bersaglio con 80 chili di esplosivo. La guerra finì prima che ne venisse usato uno in combattimento.

    Il nome con cui li chiamiamo oggi nasce nel 1935. La marina britannica mostrò un aereo radiocomandato usato come bersaglio per l’artiglieria, il Queen Bee, “ape regina”. Un ufficiale americano, incaricato di costruirne uno uguale, scelse di chiamare i suoi aerei drones: i fuchi, i maschi dell’alveare, in omaggio all’ape regina. Da allora, in inglese, un velivolo senza pilota è un “drone”.

    Dalla guerra alla camera di uno studente

    Per decenni i droni restarono strumenti militari. Negli anni Novanta il Predator americano li trasformò in occhi permanenti nel cielo, e dal 2001 anche in armi. Nessuno pensava ancora a un uso comune.

    La svolta arrivò da una stanza di dormitorio. Nel 2006 uno studente di Hong Kong, Frank Wang, cominciò a costruire controllori di volo per elicotteri radiocomandati, e fondò a Shenzhen un’azienda che si sarebbe chiamata DJI. Nel gennaio 2013 presentò il Phantom, un quadricottero che si poteva tirare fuori dalla scatola e far volare: il GPS lo teneva fermo in aria da solo, e chiunque riusciva a pilotarlo.

    Fu come l’iPhone per i telefoni: non il primo drone, ma il primo che tutti potevano usare. Oggi DJI domina il mercato dei droni civili, e i suoi modelli servono a girare matrimoni, ispezionare tetti e ponti, controllare i campi, cercare persone disperse.

    Il drone che ti segue da solo

    L’ultima evoluzione è la più curiosa: droni piccolissimi, che pesano meno di un telefono. Partono dal palmo della mano, ti riconoscono e ti seguono mentre cammini, corri o vai in bicicletta, e riprendono tutto in 4K. Gli eliche sono protette da una gabbia, e per volare non serve nessuna esperienza.

    È un’idea molto diversa da quella dei primi droni: non una macchina da pilotare, ma una telecamera volante che fa da sola quello che le chiedi.

    Prima di volare: cosa dice la legge

    Un drone non è un giocattolo qualsiasi, e in Italia ci sono regole precise. Le principali, per i modelli leggeri come quelli di questo articolo:

    • Registrazione: se il drone ha una fotocamera devi registrarti come operatore sul portale D-Flight di ENAC. Costa pochi euro l’anno e ti dà un codice da applicare al drone.
    • Patentino: per i droni sotto i 250 grammi, in genere, non è richiesto.
    • Assicurazione: la copertura per i danni a terzi è obbligatoria.
    • Altezza e zone: massimo 120 metri da terra, mai sopra folle, manifestazioni o eventi, e mai vicino ad aeroporti e infrastrutture sensibili. Controlla le zone sulla mappa di D-Flight.
    • Privacy: se riprendi delle persone valgono anche le norme sulla riservatezza.

    Le regole cambiano e hanno molte eccezioni: prima del primo volo controlla sempre le informazioni aggiornate sul sito di ENAC e su D-Flight.

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    Se vuoi provare, questi sono tre punti di partenza a livelli diversi, tutti di DJI: i primi due sono della famiglia Neo, il terzo è per chi vuole il massimo della qualità.

    🚁 Per iniziare

    DJI Neo

    Il mini drone da 135 grammi, con fotocamera 4K, che parte dal palmo della mano e ti segue da solo. La versione che abbiamo scelto non ha il radiocomando: si controlla con lo smartphone e con i gesti, ed è perfetta per chi vuole fare riprese facili e divertenti senza imparare a pilotare. Chi cerca più controllo preferirà un modello con telecomando.

    🥽 Per fare il salto

    DJI Neo 2 Motion Fly More Combo

    L’evoluzione del Neo: 151 grammi, video 4K, sensori per evitare gli ostacoli e fino a circa 19 minuti di volo. Questo kit comprende il visore Goggles N3, il controller a movimento e tre batterie: volare guardando il mondo dal punto di vista del drone è un’esperienza molto diversa. Costa diverse centinaia di euro in più del modello base, quindi è una scelta per chi sa già di voler fare sul serio.

    🏆 Per volare in alto

    DJI Mini 5 Pro Fly More Combo

    Il top di gamma della serie Mini: sensore da 1 pollice, video 4K, rilevamento degli ostacoli, inseguimento a 360° e gimbal che ruota fino a 225°. Il kit include il radiocomando con schermo DJI RC 2, batterie extra e un anno di DJI Care. È un investimento ben più alto dei due modelli precedenti, pensato per chi ha già provato a volare e vuole immagini davvero professionali. Il peso resta contenuto, vicino alla soglia dei 250 grammi: controlla la scheda ufficiale per le regole che ti riguardano.

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    Dal fuco all’ape regina

    Nel 1849 un pallone senza nessuno a bordo era un’arma imprecisa e un po’ folle. Oggi un oggetto che pesa meno di un telefono si alza dalla mano, ti segue e racconta una corsa in bicicletta. Il drone non è cambiato nell’idea: è una macchina che vola dove noi non possiamo andare. È cambiato nel prezzo, nella semplicità e in quanto spesso ci passa sopra la testa senza che ce ne accorgiamo.

    🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini

    Maggio 1997, New York. Un campione del mondo di scacchi si siede davanti a un avversario che non si stanca, non ha paura e calcola centinaia di milioni di mosse al secondo.

    È la storia di Deep Blue contro Kasparov, la partita in cui, per la prima volta, una macchina batté l’uomo nel gioco che più di ogni altro simboleggiava l’intelligenza.

    Foto in evidenza: il Kettering Bug, via Wikimedia Commons.

  • Dall’aggressione in un McDonald’s a 7 milioni di vendite: la storia degli occhiali smart

    Dall’aggressione in un McDonald’s a 7 milioni di vendite: la storia degli occhiali smart

    Nell’articolo sul Roomba abbiamo visto un robot che è diventato invisibile pur stando in mezzo alla stanza.

    Questa è la storia di un altro oggetto che sta provando a fare lo stesso, ma su un pezzo molto più personale: il naso.

    Parigi, 2012. Steve Mann entra in un McDonald’s indossando un paio di occhiali strani, con una piccola fotocamera incorporata. È un professore universitario, non un turista curioso: indossa quel dispositivo, chiamato EyeTap, da più di trent’anni. Lo ha inventato lui, nel 1980, quando era poco più che un ragazzo.

    Tre persone lo aggrediscono, tentano di strappargli gli occhiali dal viso, lo buttano fuori dal locale. L’episodio verrà ricordato come “il primo crimine d’odio cibernetico della storia”.

    Oggi, milioni di persone indossano occhiali molto simili a quello, con tanto di fotocamera incorporata, senza che nessuno le guardi due volte. Cosa è cambiato?

    Il professore con il computer in uno zaino

    Steve Mann cominciò a sperimentare da studente, in Canada, costruendo computer da indossare quando un computer occupava ancora una stanza intera. Il suo primo prototipo di occhiali con telecamera, nel 1980, era collegato a un computer portato in uno zaino, pesante come un trolley da viaggio.

    Negli anni Mann miniaturizzò il progetto, fino all’EyeTap vero e proprio, che registrava quello che l’occhio vedeva e lo rielaborava in tempo reale. Per questo è ricordato come il “padre del computer indossabile”: aveva capito, decenni prima di chiunque altro, che un computer poteva stare sul viso invece che sulla scrivania.

    Il flop da 1.500 dollari

    Nel 2013 Google decise che era il momento di portare quell’idea al grande pubblico. Nacquero i Google Glass: una montatura leggera, con un piccolo schermo sopra l’occhio destro che mostrava notifiche, indicazioni, foto scattate con un comando vocale.

    Costavano 1.500 dollari, e sembravano uscire da un film di fantascienza. Fu esattamente questo il problema. Chi li indossava veniva soprannominato, non affettuosamente, “Glasshole”. La gente si infastidiva all’idea di essere ripresa a sua insaputa da chiunque passasse. I locali iniziarono ad affiggere cartelli con il divieto di indossarli.

    Google provò a correggere la rotta spostando il progetto verso le aziende, ma il sogno di un prodotto per tutti era già finito. Nel marzo 2023 Google chiuse definitivamente la produzione. Dieci anni, un flop quasi totale.

    La lezione che Meta ha imparato al posto di Google

    Dieci anni dopo quel flop, Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, ci riprovò. Ma con un’idea diversa: niente schermo davanti all’occhio, niente aria da astronauta. Solo un paio di Ray-Ban, uguali a quelli che si trovano in qualsiasi ottico, con una telecamera nascosta nella montatura e un assistente vocale basato sull’intelligenza artificiale.

    Presentati nel settembre 2023, in collaborazione con EssilorLuxottica, i Ray-Ban Meta costavano un terzo dei Google Glass. E soprattutto, non si vedevano. Nessuno sa se chi li ha davanti sta solo indossando degli occhiali da sole o sta per scattare una foto.

    Il risultato ha sorpreso tutti, Meta compresa: entro la fine del 2025 avevano superato i sette milioni di esemplari venduti, il triplo dell’anno precedente. I Google Glass, in confronto, non avevano mai superato qualche migliaio di pezzi.

    La differenza non era la tecnologia. Era che nessuno vuole indossare un computer. Tutti sono disposti a indossare un bell’accessorio, che in più sa fare qualcosa.

    Il gadget che è morto in un giorno

    Per capire quanto contasse quella scelta, basta guardare chi ha fatto l’esatto contrario. Nel 2024 un’azienda chiamata Humane lanciò l’AI Pin: non degli occhiali, ma una spilla da attaccare ai vestiti, con una telecamera, un piccolo proiettore laser che mostrava informazioni sul palmo della mano, e un assistente vocale pensato per sostituire il telefono. Costava 699 dollari, più un abbonamento mensile.

    Le recensioni furono impietose: lento, si scaldava, faceva poco di quello che prometteva. Nel febbraio 2025 Humane spense i propri server. Da un giorno all’altro, tutti i dispositivi già venduti diventarono quasi inutilizzabili. L’azienda fu rilevata da HP.

    La lezione è la stessa di prima, vista dal lato opposto: un oggetto nuovo, mai visto, che chiede alle persone di fidarsi di un gesto che non conoscono, parte già in salita. Un paio di occhiali, anche high-tech, resta un paio di occhiali.

    Cosa sanno fare, davvero

    Gli occhiali smart di oggi, nella loro versione più diffusa, non mostrano niente davanti agli occhi. Funzionano soprattutto con la voce: si chiede loro di scattare una foto, girare un video, chiamare qualcuno, tradurre un cartello in un’altra lingua, oppure semplicemente “cosa sto guardando?”, e un assistente basato sull’intelligenza artificiale descrive la scena.

    Una versione più recente, presentata a fine 2025, aggiunge un piccolo schermo discreto in un angolo della lente, visibile solo a chi li indossa: mostra indicazioni stradali, messaggi, i sottotitoli di una conversazione in un’altra lingua, in tempo reale.

    È un salto netto rispetto ai Google Glass: lì la tecnologia era il punto centrale, qui è nascosta dentro un oggetto che già si vuole indossare per altri motivi.

    La domanda che Steve Mann aveva già posto

    C’è un paradosso, in tutto questo. Steve Mann veniva aggredito proprio perché la gente capiva, a colpo d’occhio, che stava indossando una telecamera. Oggi il motivo per cui gli occhiali smart hanno successo è che nessuno se ne accorge.

    Non è un dettaglio da poco. Se sei seduto accanto a una persona con questi occhiali, non hai modo di sapere se ti sta riprendendo. Alcuni modelli hanno una piccola luce che si accende durante la registrazione, ma basta un dito o un pezzo di nastro adesivo per coprirla. In alcuni paesi si discute già di leggi apposite, per obbligare un segnale più visibile. In Italia, già nel 2021, il Garante per la protezione dei dati aveva chiesto chiarimenti a Meta sui primi occhiali con telecamera, i Ray-Ban Stories, su come venivano gestite le riprese e il consenso di chi veniva filmato senza saperlo.

    È la stessa domanda che Mann poneva da solo, trent’anni prima che qualcuno gli desse ascolto: quanto siamo disposti a rinunciare alla certezza di sapere chi ci sta osservando, in cambio di un oggetto comodo e alla moda?

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    Se vuoi provarli, questi sono i modelli più sensati da cui partire, a due fasce di prezzo diverse.

    🕶️ I più diffusi

    Ray-Ban Meta

    Sono il modello che ha fatto decollare la categoria: montatura Ray-Ban vera e propria, fotocamera da 12 megapixel, assistente vocale con intelligenza artificiale, autonomia per tutta la giornata di uso normale. Non hanno schermo, quindi non mostrano nulla davanti agli occhi: servono a scattare, registrare, ascoltare musica e parlare con l’assistente. Sono il punto di partenza più sicuro, con la community di utenti più grande.

    🏃 Per lo sport

    Oakley Meta

    Stessa tecnologia dei Ray-Ban Meta, dentro una montatura sportiva Oakley, più resistente e pensata per attività all’aperto. La scelta giusta per chi corre, va in bici o fa sport all’aria aperta e vuole le stesse funzioni senza rinunciare a una montatura da sport vera.

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    Dall’aggressione al successo di massa

    Nel 2012 un uomo veniva buttato fuori da un McDonald’s per aver indossato degli occhiali con una telecamera. Tredici anni dopo, sette milioni di persone indossano esattamente la stessa cosa, e nessuno le guarda due volte.

    Non è cambiata la tecnologia in modo radicale. È cambiato il modo in cui l’abbiamo vestita. A volte la rivoluzione non sta nell’invenzione, ma nel farla sparire dentro qualcosa che già desideriamo.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    C’è un’altra macchina che si è fatta strada nel cielo sopra le nostre case quasi senza che ce ne accorgessimo, passando da giocattolo per pochi appassionati a strumento che consegna pacchi, filma matrimoni e sorveglia i cantieri.

    Sono i droni, e la loro storia comincia molto prima di quanto si pensi.

    Foto in evidenza: Google Glass Explorer Edition, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons.

  • L’aspirapolvere robot che conquistò le case: la storia del Roomba (e quali scegliere oggi)

    L’aspirapolvere robot che conquistò le case: la storia del Roomba (e quali scegliere oggi)

    Nell’articolo sui robot da compagnia abbiamo visto macchine costruite per farsi voler bene.

    Questa è la storia del robot più venduto al mondo: non ha occhi né coda, e non è mai stato pensato per farci compagnia. Ha il compito di passare sotto il divano. Ed è un’avventura che parte da una guerra e finisce, nel 2025, in tribunale.

    Tre ingegneri del MIT e un robot da guerra

    Massachusetts, 1990. Tre robotici del MIT, il professor Rodney Brooks, il suo studente Colin Angle e l’ingegnera Helen Greiner, fondano un’azienda con un’idea semplice: portare i robot fuori dai laboratori. La chiamano iRobot.

    I primi clienti non sono famiglie, ma governi ed eserciti. Costruiscono un robot-insetto per l’esplorazione spaziale, poi un robot per cercare le mine. E nel 1998 arriva il contratto che li fa conoscere: un robot cingolato per disinnescare bombe, il PackBot. Dopo l’11 settembre 2001 verrà mandato a cercare tra le macerie del World Trade Center.

    Eppure i tre fondatori hanno un chiodo fisso: un robot vero, per la gente comune. Uno che faccia un lavoro noioso, quello che nessuno ha voglia di fare. Nasce così un prototipo dal nome adorabile, il DustBunny, il coniglietto della polvere.

    Il gigante svedese che arrivò primo (e perse)

    Curiosamente, il primo aspirapolvere robot al mondo non lo costruisce iRobot. Nel 2001 il colosso svedese Electrolux mette in vendita il Trilobite, che si orienta con il sonar, come un pipistrello. È un capolavoro di tecnologia, e costa circa 1.500 dollari. Pochissimi lo comprano.

    Il 17 settembre 2002 iRobot risponde con il Roomba. Ha la forma di un disco volante grigio e non è per niente sofisticato: quando urta un ostacolo, cambia direzione e riprova. Riconosce lo sporco, evita di cadere dalle scale. Ma costa circa 200 dollari, cioè quanto una buona scopa elettrica, e questa è la vera invenzione. A quel prezzo la curiosità diventa acquisto.

    Il primo anno se ne vendono 200.000. Nell’ottobre 2004 sono già un milione. Il Roomba non è più un prodotto: è una parola. In tutto il mondo, “avere il Roomba” vuol dire avere un aspirapolvere robot, qualunque sia la marca.

    Il gigante che cadde

    Per vent’anni sembrava che iRobot non potesse sbagliare. Poi, il 14 dicembre 2025, l’azienda ha chiesto la protezione dalla bancarotta negli Stati Uniti. Il finale ha qualcosa di beffardo: a comprarla è Picea, l’azienda cinese che da anni costruiva i Roomba per conto di iRobot. Da gennaio 2026 il marchio appartiene a lei.

    Cosa è andato storto? Molti analisti indicano la concorrenza. Quando il Roomba è nato non aveva rivali. Vent’anni dopo, marchi come Roborock ed Ecovacs offrono robot con più funzioni e prezzi più bassi. Il Roomba non è sparito, e continua a essere sviluppato, ma il mercato che aveva inventato ormai parla anche cinese.

    Per chi compra, però, è un’ottima notizia: mai come oggi si trovano robot bravi a prezzi ragionevoli.

    Quanto sono cambiati, in vent’anni

    Il primo Roomba andava a tentativi, come una pallina da flipper. Quelli di oggi disegnano una mappa della casa con un piccolo laser, sanno in quale stanza si trovano, riconoscono una scarpa o un cavo lasciati in giro e li evitano. Molti lavano anche: hanno un panno che vibra sul pavimento e si solleva da solo quando incontra un tappeto. I più completi tornano alla base e si svuotano da soli, e puliscono perfino il panno.

    Prima di scegliere, conviene farsi poche domande:

    Hai tappeti? Cerca un modello che alza il panno quando ci passa sopra. Hai animali? Una spazzola anti-groviglio ti evita di tagliare i peli a mano ogni settimana. Ci sono mobili bassi? Guarda l’altezza del robot: se è troppo alto, resterà fuori. E quanta manutenzione vuoi fare? Con una base che si svuota da sola, il serbatoio si tocca una volta ogni tanto, ma costa di più.

    Da quale cominciare: la nostra selezione

    💰 Il più conveniente

    Roborock Q10 S5

    Roborock è uno dei marchi che hanno cambiato il mercato, e questo modello porta le funzioni migliori in una fascia di prezzo abbordabile. Aspira con 10.000 Pa di potenza, lava con un panno che vibra e che si solleva da solo sui tappeti, ha la spazzola anti-groviglio, evita gli ostacoli e si controlla dall’app. Non ha la base che si svuota da sola, quindi il serbatoio va svuotato a mano, ma per una casa di dimensioni normali è un ottimo compromesso.

    🏆 Il più completo

    Ecovacs Deebot T50 Omni Gen3

    Ecovacs è l’altro grande nome nato dalla rivoluzione cinese. Questo modello è pensato per chi vuole fare meno fatica possibile: la stazione Omni svuota la polvere e pulisce il panno da sola, e il sistema ZeroTangle evita che capelli e peli si avvolgano nella spazzola. Una guida specializzata descrive la serie T50 come una fascia media che si comporta da fascia alta. Costa più del Roborock, ma è la scelta giusta per chi vuole solo premere un pulsante e dimenticarsene.

    In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te. I prezzi cambiano spesso: controlla quello aggiornato sulla pagina del prodotto.

    La storia del Roomba: il robot che ci ha conquistati in silenzio

    Ripensiamo al percorso: un’azienda nata per costruire robot da guerra, un prototipo chiamato “coniglietto della polvere”, un disco grigio che sbatteva contro le sedie. Vent’anni dopo, milioni di case hanno un robot al proprio interno, e nessuno ci fa più caso.

    Forse è questa la lezione: le tecnologie che cambiano davvero il mondo non sempre sono quelle che sembrano fantascienza. A volte sono quelle che fanno bene un lavoro noioso, a un prezzo giusto, mentre noi siamo altrove.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    Per decenni li abbiamo visti solo nei film di spionaggio: occhiali che fotografano, traducono, ti parlano all’orecchio e ti mostrano informazioni davanti agli occhi.

    Oggi si comprano in negozio e sembrano occhiali normali. Sono gli occhiali smart, e potrebbero essere il prossimo oggetto che non toglieremo più di dosso.

    Foto in evidenza: iRobot Roomba 785, di Frank C. Müller, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

  • Il funerale del cane robot: la storia dei robot da compagnia (e quattro da provare oggi)

    Il funerale del cane robot: la storia dei robot da compagnia (e quattro da provare oggi)

    Nell’articolo sulle stampanti 3D abbiamo visto macchine che costruiscono oggetti.

    Questa è la storia di macchine costruite per un altro scopo: farci compagnia. E di un funerale che nessuno si aspettava.

    Il funerale del cane robot

    Giappone, 2015. In un tempio buddista, un monaco recita le preghiere davanti a una fila di piccoli cani. Non sono cani veri. Sono robot, e ognuno ha un cartellino con il nome del proprietario e quello del suo cane. Le famiglie sono venute a salutarli per l’ultima volta.

    Sono degli Aibo, i cani robot che Sony aveva messo in vendita nel 1999. Il primo lotto, tremila esemplari, andò esaurito in venti minuti. Per anni quei cagnolini scodinzolarono nei salotti giapponesi, imparando a riconoscere i padroni. Poi, nel 2006, Sony smise di produrli. E nel 2014 smise anche di ripararli.

    Per chi ne aveva uno, fu un piccolo lutto. Un robot che si rompeva non si poteva più curare, e molte famiglie non se la sentivano di buttarlo via come un elettrodomestico. Così alcuni proprietari lo portarono al tempio, per una cerimonia vera, con l’incenso e le preghiere. Era rimasto in casa per anni. Era diventato uno di famiglia.

    Sony ha poi rimesso in vendita un nuovo Aibo nel 2018. Ma la domanda che quel funerale ha lasciato è ancora lì: come fa una macchina a farsi voler bene?

    Dal pulcino digitale alla foca terapeutica

    Gli Aibo non erano i primi. Nel 1996 la giapponese Bandai aveva lanciato il Tamagotchi, un piccolo animale digitale che viveva in un portachiavi e chiedeva cibo, coccole e attenzioni. Se lo dimenticavi, “moriva”. Milioni di ragazzini scoprirono così una cosa curiosa: ci si può affezionare a un pixel.

    Due anni dopo arrivò il Furby, il peluche che imparava a parlare e sembrava sempre svegliarsi nel momento sbagliato. E intanto, in un laboratorio giapponese, un ricercatore di nome Takanori Shibata lavorava a qualcosa di molto più serio: una foca robot, chiamata Paro, con il pelo morbido e occhi che seguono chi la accarezza.

    Paro non era un giocattolo. Nasceva per stare accanto alle persone anziane, e ancora oggi viene usata in alcune strutture di cura, soprattutto con chi soffre di demenza. Reagisce al tocco, alla voce, alla luce. Chi la accarezza spesso si calma e sorride. Non è una cura, ma un aiuto in più per rendere più serena una giornata difficile.

    Perché funziona, anche se sappiamo che non è vivo

    Il trucco sta nel nostro cervello. Siamo fatti per riconoscere la vita in tutto ciò che si muove e risponde: un paio di occhi che ci seguono, una coda che scodinzola quando la tocchiamo, un suono che sembra un saluto. Sappiamo benissimo che dentro ci sono motori e circuiti, ma quell’istinto parte lo stesso. È lo stesso motivo per cui c’è chi dà un nome al proprio aspirapolvere.

    E oggi, con l’intelligenza artificiale, questi piccoli compagni sono diventati molto più bravi a rispondere. Parlano, riconoscono i volti, ricordano. Ne esistono tantissimi, ma tre raccontano bene tre strade diverse.

    Tre compagni, tre modi di farsi voler bene

    Il più strano è nato in Giappone e si chiama Qoobo. È un cuscino con una coda. Solo questo: niente testa, niente zampe, niente occhi. I suoi ideatori, l’azienda Yukai Engineering, hanno studiato per mesi come cani e gatti muovono la coda quando vengono accarezzati, e hanno insegnato a un meccanismo interno a imitarli. Se lo accarezzi, la coda ondeggia piano. Se lo strofini, scodinzola contenta. Ogni tanto, da sola, ti saluta.

    Quando fu presentato, nell’ottobre 2017, in una fiera di tecnologia in Giappone, i video del cuscino con la coda furono visti più di dieci milioni di volte. La raccolta fondi su Kickstarter arrivò al 247% dell’obiettivo. Era pensato per chi non può avere un animale in casa, per allergia o perché vive in un appartamento piccolo, e di sicuro ha centrato il bersaglio.

    All’estremo opposto c’è Eilik, un piccolo robot da scrivania nato da una raccolta fondi su Kickstarter. Ha il corpo bianco a forma di uovo, due braccia e uno schermo che fa da faccia: due grandi occhi digitali che passano dalla gioia alla sorpresa, dalla curiosità al broncio. Non parla e non ha bisogno di un account: lo si accarezza sulla testa, sulla pancia o sulla schiena, e lui reagisce. Soffre di vertigini, si spaventa se sbatti forte la mano sul tavolo e sta male se lo lasci a terra. Nelle braccia ha dei piccoli magneti: ci si attaccano dei mini-oggetti, e Eilik si trasforma in cameriere, musicista o sommelier.

    Il terzo, Loona, è il più vicino a un vero cucciolo. Nasce dall’azienda KEYi Tech e va in giro per casa, ti segue, gioca con le palline, si fa accarezzare sulla testa e si rimette in carica da solo quando la batteria è bassa. Dentro ha un’intelligenza artificiale con cui si può chiacchierare, oltre a una videocamera che permette di controllare la casa da lontano. Costa molto più degli altri, ma è anche quello che dà più l’idea di avere in casa un animale.

    Prima di comprarne uno

    Un robot da compagnia è un acquisto emotivo, quindi conviene ragionare a mente fredda. Alcune cose da sapere:

    La privacy. Molti di questi robot hanno microfoni e videocamere, e per le conversazioni si collegano a servizi su internet. Prima di usarli leggi cosa raccoglie l’app e sistema le impostazioni. Se il robot resta in camera da letto o vicino ai bambini, è un dettaglio che conta.

    La lingua. Alcuni modelli parlano bene l’italiano, altri sono pensati soprattutto per l’inglese o hanno ancora funzioni parziali. Controlla la scheda del prodotto prima di ordinare.

    Le aspettative. Sono compagni simpatici, non sostituti delle persone. Fanno compagnia, strappano un sorriso, danno un piccolo rito quotidiano. Ma non sostituiscono un amico, né tantomeno un animale vero, con tutto ciò che un animale vero dà.

    Da dove cominciare: la nostra selezione

    🧸 Il più rilassante

    Qoobo, il cuscino con la coda

    È il più semplice e il più originale. Niente app, niente conversazioni, niente videocamere: solo un cuscino morbido che risponde alle carezze con la sua coda. Lo si tiene sul divano o in grembo, davanti alla TV o mentre si lavora. È perfetto per chi vuole un po’ di compagnia senza complicazioni, e anche un regalo curioso per chi ama gatti e cani ma non può averne.

    Non l’abbiamo trovato su Amazon.it: cerca sul sito del produttore, Yukai Engineering, o nei negozi online che lo importano dal Giappone.

    🤖 Il compagno da scrivania

    Eilik, il robot da scrivania

    Per chi lavora al computer tutto il giorno e vuole un piccolo collega da coccolare. È tenero, reagisce al tocco e ha anche qualche funzione pratica, come la sveglia e il timer per lavorare a blocchi di tempo. Secondo le specifiche del produttore non ha videocamera e funziona anche senza collegarsi a internet, quindi è la scelta più tranquilla per la privacy. In cambio non conversa: è un compagno da coccolare, non un assistente, e chi si aspetta che risponda alle domande resta deluso. Se cerchi un robot con cui chiacchierare, guarda altrove.

    🐕 Il più simile a un cucciolo

    Loona, il cane robot di casa

    È il più completo e il più costoso. Gira per le stanze, gioca, ti segue e si carica da solo. Piace molto alle famiglie con bambini, che lo trattano davvero come un cucciolo. Ha una videocamera integrata, quindi conviene dedicare qualche minuto alle impostazioni sulla privacy prima di regalarlo o di lasciarlo in giro per casa.

    Non l’abbiamo trovato su Amazon.it: cerca sul sito del produttore, KEYi Tech, o in alcuni negozi online specializzati.

    🥚 Il più nostalgico

    Tamagotchi Original (Bandai)

    Sì, è tornato. Bandai ha rimesso in vendita il Tamagotchi nella forma di sempre: un uovo con un piccolo schermo, tre pulsanti e un cucciolo da nutrire, far giocare e mettere a letto. Come nel 1996, se lo trascuri si dispiace. Esiste in decine di colori e fantasie, costa poco ed è un regalo simpatico per chi è cresciuto negli anni Novanta, oppure per un bambino che non ha mai visto un animaletto tascabile.

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    Quel funerale, alla fine

    Torniamo al tempio giapponese e ai cani con il cartellino. Quel giorno nessuno credeva davvero che dentro quei robot ci fosse un’anima. Ma per anni erano stati lì, all’ingresso, quando qualcuno tornava a casa. E questo, per una famiglia, conta.

    Non serve che una cosa sia viva perché ci manchi. Basta che ci abbia fatto compagnia.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    Il robot più diffuso al mondo non ha né occhi né coda. Non parla e non balla. Gira per casa, urta le sedie e torna alla base a ricaricarsi.

    Eppure c’è chi gli dà un nome, e chi si dispiace quando si incastra sotto il divano. È l’aspirapolvere robot, ed è entrato nelle case di milioni di persone quasi di nascosto.

    Foto in evidenza: Sony AIBO ERS-220, di NickeldimeC, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

  • Stampanti 3D: dalla fantascienza al salotto di casa (e quali scegliere per iniziare)

    Stampanti 3D: dalla fantascienza al salotto di casa (e quali scegliere per iniziare)

    Nell’articolo sulla corsa alla superintelligenza abbiamo parlato di macchine che un giorno potrebbero inventare qualsiasi cosa.

    Questa è la storia di una macchina che, già oggi, permette a chiunque di fabbricare quasi tutto. Seduto alla scrivania di casa.

    Il replicatore di Star Trek

    Negli episodi di Star Trek c’era un oggetto che faceva sognare milioni di spettatori: il replicatore. Chiedevi una tazza di tè, e la macchina la costruiva dal nulla, lì davanti a te. Pura fantascienza, pensavano tutti.

    Oggi con poco meno di duecento euro si può comprare una macchina che ci va sorprendentemente vicino. Non fa il tè, d’accordo. Ma se ti si rompe il gancio di una tenda, disegni il pezzo o lo scarichi da internet, premi un pulsante e un’ora dopo il gancio nuovo è lì, sul piano della stampante. Ancora tiepido.

    Per arrivare a questo, però, ci sono voluti quarant’anni, un ingegnere annoiato da un lavoro troppo lento e un papà con una pistola per la colla a caldo.

    L’ingegnere che non voleva aspettare

    Primi anni Ottanta, California. Chuck Hull lavora in un’azienda che usa la luce ultravioletta per indurire speciali vernici. Il suo problema è un altro: ogni volta che serve un prototipo di plastica, per realizzarlo ci vogliono settimane. Settimane per un pezzo che magari poi si rivela sbagliato.

    Hull ha un’intuizione. Quella stessa luce che indurisce la vernice potrebbe indurire un liquido speciale uno strato alla volta, sottilissimo, uno sopra l’altro, fino a formare un oggetto intero. Passa mesi a fare esperimenti, spesso la sera, quando il laboratorio è vuoto. Nel 1983 dalla vasca esce il primo oggetto stampato in tre dimensioni della storia: una piccola tazza. Niente di spettacolare. Ma quella tazza aveva appena cambiato il modo di fabbricare le cose.

    Hull chiama la sua invenzione stereolitografia, la brevetta e fonda un’azienda, 3D Systems, che esiste ancora oggi. Le sue macchine però costano come una casa, e finiscono solo nei reparti di progettazione delle grandi industrie.

    Una rana per la figlia

    Qualche anno dopo, in Minnesota, un altro ingegnere, Scott Crump, vuole costruire una rana giocattolo per sua figlia. Prende una pistola per la colla a caldo, la riempie con un miscuglio di plastica e cera e comincia a disegnare la rana strato dopo strato, lasciando che ogni filo si indurisca prima di passarci sopra con il successivo.

    Mentre gioca, si rende conto che quel gesto si può automatizzare: un ugello caldo che si muove da solo, guidato da un computer, e deposita un filo di plastica fusa esattamente dove serve. Nel 1989 fonda Stratasys e brevetta il metodo. Oggi quasi tutte le stampanti 3D che si comprano per casa funzionano ancora così. Il nome tecnico è FDM, ma il principio è quello della pistola per la colla di una sera qualunque.

    La macchina che voleva copiare se stessa

    Per vent’anni la stampa 3D resta un affare da industria. Poi, nel 2005, un professore dell’Università di Bath, in Inghilterra, Adrian Bowyer, lancia un’idea quasi filosofica: una stampante 3D capace di stampare buona parte dei pezzi di cui è fatta. Una macchina che si riproduce. La chiama RepRap e mette tutti i progetti online, gratis, a disposizione di chiunque.

    Il tempismo è perfetto. Intorno al 2009 scadono i brevetti sul metodo di Crump, e in pochi anni appassionati e piccole aziende in tutto il mondo cominciano a costruire stampanti partendo da quei progetti liberi. I prezzi crollano: da decine di migliaia di euro a qualche migliaio, poi a qualche centinaio. La stampa 3D esce dalle fabbriche ed entra nei garage, nelle scuole, nelle camerette.

    Dallo spazio all’ospedale

    Da allora le stampanti 3D sono arrivate dappertutto. Nel 2014 ne è salita una a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, e qualche settimana dopo gli astronauti hanno stampato una chiave inglese il cui progetto era stato spedito dalla Terra via email. Invece di aspettare mesi un razzo con il pezzo di ricambio, lo si “manda” come un file.

    Negli ospedali si stampano modelli degli organi dei pazienti, su cui i chirurghi provano gli interventi più difficili prima di entrare in sala operatoria. Volontari di tutto il mondo stampano protesi di mani colorate per bambini, a una frazione del costo di quelle tradizionali. Molti apparecchi acustici e apparecchi per i denti invisibili nascono da una stampante 3D. E negli Stati Uniti c’è chi stampa perfino case intere, muro dopo muro, con enormi ugelli che depositano cemento invece di plastica.

    E a casa, cosa ci fai?

    È la domanda che si fanno tutti prima di comprarne una. La risposta sincera è: molto più di quanto pensi, ma meno di quanto prometta la pubblicità.

    Una stampante 3D domestica è imbattibile per i piccoli oggetti utili: il ricambio introvabile della lavastoviglie, il supporto su misura per il telefono, gli organizer per i cassetti, il gancio, il tappo, la manopola. Diventa una miniera per chi ha figli, perché si stampano giochi, personaggi e perfino i pezzi dei giocattoli rotti. È un mondo per chi ama il modellismo, le miniature, il cosplay, e per chi vuole dare forma alle proprie idee.

    E non serve saper disegnare in 3D. Su siti come Printables, MakerWorld e Thingiverse ci sono milioni di modelli gratuiti, pronti da scaricare. Il più delle volte si parte da lì, e solo dopo, se viene voglia, si impara a creare i propri.

    Quello che una stampante di casa non fa bene: gli oggetti grandi, perché il piano di stampa ha dei limiti, e le cose che devono sopportare carichi pesanti o temperature alte. E la velocità è relativa: un oggetto piccolo richiede mezz’ora, uno complesso può impegnare la macchina per una notte intera.

    Com’è cambiato tutto negli ultimi anni

    Fino a poco tempo fa, comprare una stampante 3D significava accettare ore di regolazioni: livellare il piano a mano con un foglio di carta, sistemare la distanza dell’ugello, buttare decine di stampe venute male. Era un hobby per pazienti.

    Oggi le stampanti di nuova generazione si calibrano da sole grazie a sensori interni, sono molto più veloci e silenziose, e si comandano dal telefono. Si apre la scatola, si segue la procedura guidata, e dopo meno di mezz’ora si ha in mano la prima stampa. Per chi comincia, la scelta migliore è quasi sempre una stampante a filamento: più semplice, più pulita e più economica da usare rispetto a quelle a resina, che danno dettagli incredibili ma richiedono guanti, lavaggi e un locale ben aerato.

    Le migliori stampanti 3D per principianti: la nostra selezione

    Abbiamo scelto tre stampanti adatte a chi parte da zero, per tre budget e tre esigenze diverse. Più un accessorio senza cui non si stampa niente.

    🥇 La più semplice per iniziare

    Bambu Lab A1 mini

    È la stampante che quasi tutte le guide consigliano a chi comincia, e il motivo è semplice: fa tutto da sola. Si calibra in automatico, è silenziosa, si controlla dall’app del telefono e dà ottimi risultati fin dalla prima stampa. Il piano è piccolo, circa 18 centimetri per lato, ma per gli oggetti di tutti i giorni basta e avanza. Se non sai nulla di stampa 3D e vuoi solo che funzioni, è lei.

    💪 Più spazio e più velocità

    Creality Ender-3 V3 KE

    La serie Ender-3 è una leggenda tra gli appassionati: è la stampante con la comunità più grande del mondo, il che significa guide, consigli e pezzi di ricambio per qualunque problema. La versione KE è quella più evoluta della famiglia a prezzo contenuto: si calibra da sola, è molto più veloce delle Ender di qualche anno fa, ha lo schermo touch e il Wi-Fi, e un piano di stampa più grande della A1 mini, per oggetti fino a oltre 20 centimetri per lato. Richiede un po’ più di pratica della Bambu, ma è la scelta giusta per chi vuole crescere e stampare pezzi più grandi.

    🎨 Per stampare a colori

    Anycubic Kobra X

    Le stampanti di base usano un colore alla volta. La Kobra X è tra le più recenti ad aver reso accessibile la stampa multicolore: cambia filamento da sola durante la stampa, così si ottengono oggetti con più colori senza doverli dipingere. Costa di più delle altre due, ma se l’idea è stampare giocattoli, personaggi o oggetti decorativi, è quella che dà più soddisfazione.

    🧵 L’accessorio indispensabile

    Filamento PLA eSUN (1 kg, 1,75 mm)

    È la “cartuccia” della stampante 3D: una bobina di filo di plastica che la macchina scioglie e deposita strato dopo strato. Per cominciare il migliore è il PLA, facile da stampare, senza cattivi odori e disponibile in decine di colori. Con una bobina da un chilo si stampano centinaia di piccoli oggetti. Controlla solo che il diametro sia 1,75 mm, quello usato da quasi tutte le stampanti di casa.

    In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te. I prezzi cambiano spesso: controlla quello aggiornato sulla pagina del prodotto.

    Dalla tazza di Chuck Hull alla tua scrivania

    Quarant’anni fa Chuck Hull restava in laboratorio la sera per veder nascere una piccola tazza da una vasca di liquido. Oggi quella stessa magia sta in una scatola che si apre sul tavolo della cucina.

    Il replicatore di Star Trek non esiste ancora. Ma la prima volta che vedi un oggetto crescere strato dopo strato, partendo da un file e da un filo di plastica, capisci che ci siamo andati molto più vicini di quanto immaginassimo.

    Ed è anche più facile di quanto sembri: le stampanti 3D per principianti di oggi si calibrano da sole, e bastano pochi minuti per la prima stampa.

    🔬 Nel prossimo articolo della sezione Tech Lab

    Una stampante 3D è una macchina che fabbrica oggetti. Nel prossimo articolo ne incontriamo altre, costruite per uno scopo molto diverso: farci compagnia.

    La storia comincia con un funerale in un tempio buddista giapponese, e con un cane robot che una famiglia non se l’era sentita di buttare. Sono i robot da compagnia, e forse ci fanno più effetto di quanto immaginiamo.

    Foto in evidenza: stampante 3D al lavoro, di MakerTobey, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.