Categoria: VISIONARI

Le storie dei grandi imprenditori e innovatori

  • “Spotify” è nato da un malinteso: la storia di Daniel Ek e della musica in streaming

    “Spotify” è nato da un malinteso: la storia di Daniel Ek e della musica in streaming

    Nell’articolo su Deep Blue una macchina ha battuto il campione del mondo di scacchi.

    Oggi parliamo di un’idea nata da un ragazzo svedese, che ha cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica.

    Stoccolma, 2006. Daniel Ek e il socio Martin Lorentzon sono nell’appartamento di Ek, in due stanze diverse, e si gridano a vicenda idee per il nome della loro nuova azienda. Lorentzon grida una parola. Ek capisce un’altra cosa: “Spotify”.

    Ek cerca la parola su Google: nessun risultato. Pochi minuti dopo, i due hanno già registrato i domini. Più tardi, imbarazzati dall’origine casuale, hanno raccontato che il nome veniva da “spot” e “identify”. Oggi quel malinteso è un marchio che usano più di 700 milioni di persone ogni mese.

    Un ragazzo di Rågsved con un computer

    Daniel Ek nasce a Stoccolma il 21 febbraio 1983 e cresce a Rågsved, un quartiere della periferia. Da adolescente impara da solo a programmare, comincia a costruire siti web e software open source e lavora per piccole aziende. Dopo il diploma si iscrive al politecnico KTH, a Stoccolma, ma lo lascia dopo otto settimane: preferisce lavorare.

    Fonda Advertigo, un’azienda di pubblicità online, che nel 2006 viene comprata da TradeDoubler. Il co-fondatore di TradeDoubler è Martin Lorentzon: i due si trovano a lavorare nella stessa azienda. Poi, per un breve periodo, Ek fa il CEO di µTorrent, uno dei programmi più famosi per scaricare file, anche musica pirata. È un dettaglio importante, come vedremo.

    L’idea: battere la pirateria con qualcosa di meglio

    Ek racconta di aver avuto l’idea già nel 2002, quando Napster venne chiuso e al suo posto arrivò Kazaa. La sua conclusione fu che la pirateria non si può fermare con le leggi: si può solo rendere inutile, offrendo un servizio più comodo di quello illegale.

    Il progetto prende forma nel 2006, quando Ek e Lorentzon fondano a Stoccolma la società Spotify AB. Il lavoro più difficile non è la tecnologia: è convincere le case discografiche, che nel pieno della crisi della pirateria non si fidano di nessuno. Per riuscirci servono due anni di trattative.

    Il servizio parte il 7 ottobre 2008 in Svezia, Finlandia, Francia, Norvegia e Spagna. Seguono il Regno Unito nel 2009 e gli Stati Uniti il 14 luglio 2011. E c’è un’ironia: per far partire la musica subito, senza attese, Spotify usava all’inizio la stessa tecnologia peer-to-peer dei programmi pirata, e l’ha abbandonata solo nel 2014. Ludvig Strigeus, l’autore di µTorrent, era entrato in azienda come sviluppatore.

    Dalla serie Netflix alla realtà

    Questa storia è diventata anche una serie: The Playlist, su Netflix dal 13 ottobre 2022. Sei episodi, ciascuno raccontato dal punto di vista di un personaggio diverso: Ek, un dirigente discografico, un’avvocata, lo sviluppatore, Lorentzon, un’artista. È ispirata al libro Spotify Untold di Sven Carlsson e Jonas Leijonhufvud, ma è una versione romanzata: i fatti sono quelli, i dialoghi e alcune scene sono ricostruiti.

    Il successo e il conto da pagare

    Nell’aprile 2018 Spotify sbarca alla Borsa di New York con una quotazione diretta. Oggi conta centinaia di milioni di utenti e circa 290 milioni di abbonati paganti (dato di fine 2025). Per anni però ha chiuso i bilanci in perdita: secondo i suoi conti, il primo anno in utile è il 2024.

    E il successo ha portato anche molte critiche:

    • Il compenso agli artisti. Spotify gira circa il 70% dei ricavi ai detentori dei diritti, ma molti musicisti dicono che a loro arriva pochissimo per ogni ascolto. Taylor Swift e Thom Yorke hanno ritirato la loro musica per protesta, e l’hanno rimessa nel 2017. Nel 2021 la campagna #JusticeAtSpotify ha chiesto un centesimo per ascolto, con proteste in 31 città.
    • I tagli al personale. Nel dicembre 2023 Ek ha annunciato il licenziamento di circa il 17% dei dipendenti, circa 1.500 persone, il terzo taglio dell’anno.
    • La difesa e l’IA. Con Prima Materia, la sua società di investimento fondata nel 2021, Ek ha guidato nel 2025 un investimento da 600 milioni di euro in Helsing, un’azienda tedesca di tecnologia militare di cui è presidente. Alcuni gruppi musicali hanno risposto togliendo la loro musica dalla piattaforma.

    Nel settembre 2025 Ek ha annunciato che avrebbe lasciato il ruolo di amministratore delegato a fine anno, restando presidente esecutivo. A guidare l’azienda oggi sono due co-CEO: Gustav Söderström e Alex Norström.

    Cosa ci insegna

    Spotify non ha inventato la musica digitale: l’aveva già inventata la pirateria. Ek ha capito che la gente non voleva rubare, voleva solo qualcosa di semplice, immediato, con tutta la musica dentro. Ha dato al pubblico quello che già cercava, in una forma che le case discografiche potevano accettare.

    Vent’anni dopo, la domanda di quegli anni è ancora aperta: se tutta la musica del mondo costa pochi euro al mese, quanto vale un ascolto, e chi lo incassa?

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    🚀 Nel prossimo articolo della sezione Visionari

    Un’app che ha cambiato il modo in cui ci si conosce: bastava un dito, a destra o a sinistra. Dietro quel gesto c’è una storia di amicizie, liti e miliardi.

    È la storia di Tinder.

    Foto in evidenza: Daniel Ek a IT-dagarna, Linköping University, 2011. Foto di Patrik Ragnarsson, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0. Immagine ritagliata.

  • ELON MUSK: l’uomo che rischiò tutto per costruire razzi e cambiò due industrie

    ELON MUSK: l’uomo che rischiò tutto per costruire razzi e cambiò due industrie

    Nel precedente articolo della sezione Visionari abbiamo raccontato Jeff Bezos, l’uomo che da un garage costruì Amazon.

    Ma Bezos non è l’unico ad aver guardato le stelle. C’è un altro imprenditore che ha rischiato tutto più di una volta, e che una notte di settembre ha avuto un solo tentativo rimasto.

    28 settembre 2008. Un’isola minuscola nell’Oceano Pacifico, chiamata Omelek.

    Su una rampa di lancio c’è un razzo alto poco più di venti metri. Si chiama Falcon 1.

    È il quarto che l’azienda prova a lanciare. I primi tre sono finiti male: il primo è caduto pochi secondi dopo il decollo, il secondo non è arrivato in orbita, il terzo si è scontrato con sé stesso subito dopo la separazione degli stadi.

    I soldi sono quasi finiti. E non solo quelli dell’azienda di razzi: anche la sua seconda impresa, una fabbrica di auto elettriche, rischia il fallimento.

    Se il razzo cade, è finita.

    Il razzo sale. Raggiunge l’orbita.

    Per la prima volta nella storia, un razzo costruito interamente da un’azienda privata arriva nello spazio.

    L’uomo che quella sera ha ancora un’azienda si chiama Elon Musk.

    Il ragazzo che vendette un videogioco a 12 anni

    Elon Musk nacque nel 1971 a Pretoria, in Sudafrica.

    Era un bambino che leggeva tutto: fumetti, enciclopedie, fantascienza.

    Era così immerso nei suoi pensieri che i genitori, vedendolo fissare il vuoto mentre gli parlavano, lo portarono dal medico: temevano fosse sordo. Non lo era. Semplicemente era altrove, con la testa piena di invenzioni.

    Non era però solo un sognatore. Con il fratello Kimbal e i cugini preparava uova di Pasqua di cioccolato e le vendeva porta a porta nei quartieri ricchi di Pretoria. Costavano circa 50 centesimi, le rivendevano a 10 dollari.

    A scuola, invece, era il più piccolo e il più timido, e per anni fu preso di mira dai bulli. Musk racconta di essere stato spinto giù da una rampa di scale e di essere finito in ospedale. Le cose migliorarono verso i quindici anni, quando cominciò a praticare le arti marziali.

    Quando ebbe il suo primo computer, imparò da solo a programmare. A dodici anni scrisse un videogioco spaziale, Blastar, e lo vendette a una rivista per circa 500 dollari.

    A 17 anni lasciò il Sudafrica e si trasferì in Canada. Poi studiò negli Stati Uniti, all’Università della Pennsylvania, fisica ed economia.

    Per pagarsi l’affitto, con un compagno di stanza prese in affitto una grande casa e nei weekend la trasformava in un locale improvvisato: cinque dollari all’ingresso e fino a cinquecento persone. Musk, racconta l’amico, spesso non partecipava nemmeno alla festa. Lo trovava in camera, a giocare da solo ai videogiochi.

    Nel 1995 fu ammesso al dottorato a Stanford, in fisica applicata. Dopo pochi giorni lasciò tutto. Internet stava esplodendo e lui non voleva restare a guardare.

    Da Zip2 a PayPal

    Insieme al fratello Kimbal fondò Zip2, una società che costruiva guide online per i giornali. Quattro anni dopo la vendettero a Compaq per circa 300 milioni di dollari.

    Musk non si fermò. Reinvestì gran parte di quei soldi in una nuova idea: una banca su Internet, chiamata X.com. Da quella società, fusa con un’altra, nacque PayPal.

    Nel 2002 eBay comprò PayPal per 1,5 miliardi di dollari.

    A trent’anni, Elon Musk era ricco. Poteva ritirarsi, viaggiare, godersi la vita.

    Scelse di usare quei soldi per costruire razzi.

    Il viaggio a Mosca

    L’idea iniziale era diversa. Musk voleva mandare su Marte una piccola serra, per far crescere una pianta sul pianeta rosso e riaccendere l’interesse del pubblico per lo spazio.

    Per farlo servivano dei razzi. Così volò in Russia per comprarne alcuni, già usati.

    Le trattative andarono male. I prezzi erano altissimi e nessuno lo prese sul serio.

    Sull’aereo di ritorno, Musk aprì un foglio di calcolo. Fece due conti sui costi dei materiali.

    Poi disse ai suoi compagni di viaggio che, forse, avrebbe potuto costruire lui i razzi.

    Nel 2002 fondò SpaceX.

    Tre fallimenti e un quarto tentativo

    Costruire un razzo era molto più difficile di quanto sembrasse.

    Il primo Falcon 1 fallì nel 2006. Il secondo, nel 2007, non riuscì a completare la missione. Il terzo, nell’agosto 2008, si fermò dopo la separazione degli stadi.

    Molti pensavano che SpaceX fosse finita, ancora prima di cominciare. Musk invece riunì i dipendenti e disse loro che il prossimo razzo sarebbe partito entro poche settimane.

    Non c’erano soldi per molti altri tentativi. Quello, con ogni probabilità, era l’ultimo.

    E il 28 settembre 2008 andò bene.

    Poche settimane dopo, a dicembre, arrivò la telefonata che cambiò tutto: la NASA assegnò a SpaceX un contratto da 1,6 miliardi di dollari per portare rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale.

    L’azienda che pochi mesi prima stava per chiudere era salva.

    Il razzo che torna indietro

    Ma Musk voleva una cosa che sembrava assurda: razzi che si potessero riutilizzare.

    Fino ad allora, ogni razzo veniva buttato dopo un solo volo. Come se, dopo ogni viaggio in aereo, si dovesse distruggere l’aereo.

    Nel 2010 volò il Falcon 9. Poi cominciarono i tentativi di farlo atterrare da solo, in verticale. Molti finirono in esplosioni spettacolari.

    Il 21 dicembre 2015, il primo stadio di un Falcon 9 scese dal cielo e si posò in piedi sulla terraferma.

    Qualche anno dopo, per il debutto del Falcon Heavy, Musk mise nello spazio la sua auto elettrica personale, una Tesla Roadster rossa, con un manichino in tuta spaziale al volante. Lo chiamarono Starman.

    Era una pubblicità. Ma era anche un messaggio: nulla è troppo folle per essere tentato.

    Più di un imprenditore di razzi

    Intanto Musk portava avanti altre scommesse.

    Nel 2004 era entrato in Tesla, una piccola azienda di auto elettriche, come principale investitore, e nel 2008 ne prese il comando. Quell’anno uscì la prima auto, la Roadster.

    Il momento più duro, però, arrivò nel 2013. La Model S non si trasformava abbastanza in vendite, e in cassa restavano soldi per poche settimane.

    Musk chiamò un amico, Larry Page, cofondatore di Google, e gli propose di comprare Tesla: circa 6 miliardi di dollari per l’azienda, più altri 5 per far crescere le fabbriche. Page accettò, e i due si strinsero la mano.

    Poi, nel giro di poche settimane, le vendite ripartirono. Tesla chiuse per la prima volta un trimestre in utile. Musk non aveva più bisogno di essere salvato, e si tirò indietro.

    Da lì Tesla è cresciuta fino alla Model 3, che ha portato l’auto elettrica al grande pubblico. E anche Hollywood se n’è accorta: per prepararsi a interpretare Tony Stark, Robert Downey Jr. chiese di conoscerlo, e Musk comparve in un cameo in Iron Man 2.

    Poi Starlink, una rete di migliaia di satelliti che porta Internet anche dove non arriva nessun cavo. Poi Neuralink, che lavora a chip da impiantare nel cervello. Poi The Boring Company, nata nel 2016 da un tweet che sembrava una battuta: scavare tunnel sotto il traffico. E infine xAI, la sua azienda di intelligenza artificiale, che nel 2026 è confluita dentro SpaceX.

    Il 12 giugno 2026 SpaceX è sbarcata in Borsa con la più grande quotazione della storia. Per un breve momento, i suoi titoli hanno reso Musk il primo essere umano con un patrimonio da mille miliardi di dollari.

    Il bambino di Pretoria che leggeva enciclopedie era arrivato in cima.

    La storia di Elon Musk, tra ammirazione e critiche

    Sarebbe però una storia incompleta senza dire che Musk è una figura che divide.

    C’è chi lo ammira per il coraggio con cui ha costretto interi settori a cambiare. E c’è chi lo critica: per le promesse annunciate e poi arrivate in ritardo, per i toni con cui comunica, per le scelte fuori dal mondo delle imprese.

    Sono entrambe cose vere. Un visionario non è un santo, e non è nemmeno un personaggio da film.

    Quello che resta, a prescindere da cosa si pensi di lui, è un metodo che vale per tutti: tentare, sbagliare, capire perché, riprovare. Prima di quel 28 settembre 2008 c’erano state tre esplosioni.

    📚 Per approfondire

    Elon Musk

    Di Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Steve Jobs. Isaacson ha seguito Musk da vicino per due anni, parlando con lui, con la famiglia e con i collaboratori, per raccontare l’uomo dietro SpaceX, Tesla e tutto il resto: i colpi di genio, le notti in fabbrica e i lati più difficili del suo carattere.

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    🔮 Nel prossimo articolo della sezione Visioni

    Tra le imprese di Musk ce n’è una che sembra uscita da un romanzo di fantascienza: un chip piccolo come una moneta, impiantato nel cervello.

    Una persona paralizzata che muove un cursore sullo schermo con il solo pensiero. Non è più un’idea: è già successo.

    Sono le interfacce cervello-computer, e il futuro che promettono è appena cominciato.

    Foto in evidenza: il decollo del Falcon 1 nel quarto lancio, 28 settembre 2008, di SpaceX, CC0, via Wikimedia Commons.

  • JEFF BEZOS: l’uomo che partì da un garage per vendere libri e costruì Amazon

    JEFF BEZOS: l’uomo che partì da un garage per vendere libri e costruì Amazon

    Nel precedente articolo della sezione Visionari abbiamo raccontato la storia di Steve Jobs: il ragazzo del garage che reinventò il computer, la musica e il telefono.

    Ma mentre Jobs era ancora lontano da Apple, dall’altra parte degli Stati Uniti un altro visionario stava per lasciare tutto per un’idea che quasi nessuno prendeva sul serio.

    Luglio 1995. In un piccolo garage di Bellevue, vicino a Seattle, qualcuno aveva collegato una campanella a un computer.

    Ogni volta che arrivava un ordine dal sito, la campanella suonava.

    I primi giorni suonava poco. Poi sempre più spesso.

    Dopo poche settimane suonava così tante volte che dovettero spegnerla.

    Quel sito vendeva solo libri. Si chiamava Amazon.

    E l’uomo che l’aveva creato, Jeff Bezos, stava per costruire una delle aziende più grandi della storia.

    Un ragazzo curioso e un nonno speciale

    Jeff Bezos nacque nel 1964 ad Albuquerque, nel New Mexico.

    Sua madre, Jacklyn, aveva appena 17 anni.

    Il matrimonio con il padre biologico durò poco. Qualche anno dopo Jacklyn sposò Miguel “Mike” Bezos, un immigrato arrivato da Cuba da ragazzo, senza conoscere l’inglese.

    Mike adottò Jeff e gli diede il cognome con cui sarebbe diventato famoso in tutto il mondo.

    Ma una figura fondamentale della sua infanzia fu il nonno materno, che possedeva un ranch in Texas.

    Jeff passava lì le estati.

    Riparava mulini a vento, aggiustava trattori, curava il bestiame.

    Quando qualcosa si rompeva, al ranch non si chiamava nessuno. Si trovava il modo di sistemarlo da soli.

    Bezos dirà più volte che quella fu la sua prima vera lezione di imprenditoria: ogni problema ha una soluzione, se hai abbastanza pazienza per trovarla.

    Da Princeton a Wall Street

    Bezos era uno studente brillante.

    Si laureò a Princeton nel 1986 in ingegneria elettrica e informatica, con il massimo dei voti.

    Poi andò a lavorare a New York, nel mondo della finanza.

    Nel 1990 entrò in D. E. Shaw, un fondo di investimento che usava i computer e la matematica per operare sui mercati.

    Fece carriera velocemente. In pochi anni diventò uno dei vicepresidenti più giovani dell’azienda.

    Aveva un ottimo stipendio, un ufficio a Manhattan e un futuro sicuro.

    Poi, nel 1994, lesse un dato che gli cambiò la vita.

    Il numero che accese tutto

    Secondo alcune stime, l’uso del web stava crescendo di oltre il 2.300% all’anno.

    Bezos rimase colpito.

    Nessuna cosa al mondo cresceva così velocemente.

    Si chiese: cosa si potrebbe vendere su Internet che abbia davvero senso?

    Fece una lista di circa venti prodotti. Alla fine scelse i libri.

    Il motivo era semplice e geniale.

    Un libro è uguale ovunque lo compri. Non devi provarlo, non devi toccarlo.

    E soprattutto esistevano milioni di titoli. Nessuna libreria fisica poteva tenerli tutti.

    Un negozio online sì.

    La decisione presa pensando a 80 anni

    Lasciare un lavoro del genere per un’idea così incerta sembrava una follia.

    Il suo capo gli propose di pensarci bene prima di andarsene.

    Bezos lo fece. E inventò un metodo che poi racconterà in moltissime interviste.

    Lo chiamò “regret minimization framework”: il metodo per ridurre al minimo i rimpianti.

    Si immaginò a 80 anni, a ripensare alla propria vita.

    E si chiese: di cosa mi pentirei di più?

    La risposta fu chiara.

    Se avesse provato e fallito, non se ne sarebbe mai pentito.

    Ma se non ci avesse nemmeno provato, quel pensiero lo avrebbe tormentato per sempre.

    Si licenziò.

    Il viaggio verso Seattle

    Bezos e la moglie MacKenzie partirono da New York e attraversarono gli Stati Uniti in auto.

    Lei guidava.

    Lui, sul sedile del passeggero, scriveva al computer il business plan dell’azienda.

    Scelsero lo stato di Washington per motivi molto pratici: c’erano molti programmatori e si trovava vicino a uno dei più grandi magazzini di libri degli Stati Uniti.

    Nel luglio del 1994 l’azienda nacque ufficialmente.

    Ma non si chiamava ancora Amazon.

    Il nome sbagliato che quasi rovinò tutto

    Il primo nome scelto fu Cadabra, come in “abracadabra”.

    C’era un problema.

    Al telefono, molte persone capivano “cadaver”. Cadavere.

    Non proprio l’ideale per un negozio.

    Bezos valutò anche Relentless, che significa “implacabile”. Registrò persino il dominio relentless.com, che ancora oggi porta ad Amazon.

    Alla fine scelse il nome del fiume più grande del mondo.

    Il messaggio era chiaro: la libreria più grande del mondo.

    E in più iniziava con la “A”, quindi compariva in cima agli elenchi alfabetici.

    Il garage e le scrivanie fatte con le porte

    I primi uffici di Amazon erano nel garage della casa che Bezos aveva affittato a Bellevue.

    I soldi erano pochissimi.

    Così Bezos ebbe un’idea: comprare delle normali porte di legno, attaccarci sotto quattro gambe e usarle come scrivanie.

    Costavano molto meno delle scrivanie vere.

    Quella “door desk” è diventata un simbolo. Ancora oggi Amazon assegna un premio interno chiamato “Door Desk Award” a chi trova idee per risparmiare e offrire prezzi più bassi ai clienti.

    Per finanziare l’avvio, anche i genitori di Bezos investirono circa 250.000 dollari: buona parte dei loro risparmi.

    Jeff fu onesto con loro.

    Gli disse che c’era circa il 70% di probabilità di perdere tutto.

    Loro investirono lo stesso. Non perché credessero in Internet, ma perché credevano in lui.

    Fu uno degli investimenti più fortunati della storia.

    Il lancio: 50 stati e 45 paesi in un mese

    Amazon aprì al pubblico nel luglio del 1995.

    Nel primo mese ricevette ordini da tutti i 50 stati americani e da 45 paesi del mondo.

    Senza pubblicità. Solo con il passaparola.

    All’inizio erano Bezos e i primi dipendenti a impacchettare i libri, spesso in ginocchio sul pavimento.

    Un giorno Bezos disse che servivano delle ginocchiere.

    Un collega gli rispose: “Ci servono dei tavoli”.

    Bezos raccontò poi che gli sembrò l’idea più brillante che avesse mai sentito.

    La sedia vuota

    Bezos aveva un’ossessione: il cliente.

    Nelle riunioni importanti lasciava spesso una sedia vuota al tavolo.

    Quella sedia rappresentava il cliente: la persona più importante nella stanza, anche se non era presente.

    Ogni decisione doveva rispondere a una sola domanda: questa cosa rende la vita migliore al cliente?

    Aveva anche altre regole diventate famose.

    Niente presentazioni con le slide: prima delle riunioni tutti dovevano leggere in silenzio un documento scritto di sei pagine.

    E i gruppi di lavoro dovevano essere abbastanza piccoli da poter essere sfamati con due pizze.

    “Amazon.bomb”: il crollo

    Nel 1997 Amazon si quotò in Borsa.

    Nella prima lettera agli azionisti Bezos scrisse che tutto sarebbe stato pensato sul lungo periodo. Amazon avrebbe investito ogni guadagno per crescere, anche a costo di non fare profitti per anni.

    Molti non ci credettero.

    Nel 1999 la rivista finanziaria Barron’s pubblicò un articolo intitolato “Amazon.bomb”, prevedendo il fallimento dell’azienda.

    Poi arrivò lo scoppio della bolla delle dot-com.

    Tra il 2000 e il 2001 centinaia di aziende di Internet fallirono.

    Le azioni di Amazon persero oltre il 90% del loro valore.

    Sembrava la fine.

    Ma Bezos ripeteva sempre la stessa cosa: il prezzo delle azioni non è l’azienda. Se i clienti continuano a tornare, l’azienda sta bene.

    E i clienti continuavano a tornare.

    Jeff Bezos ride durante gli ENCORE Awards del 2010
    Jeff Bezos nel 2010, con la sua famosa risata. Foto: Steve Jurvetson, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

    “È sempre il Giorno 1”

    Una delle idee più famose di Bezos è il concetto di “Day 1”, il Giorno 1.

    Secondo lui un’azienda deve comportarsi sempre come se fosse appena nata: affamata, veloce, pronta a sperimentare.

    Il “Giorno 2”, invece, è quando un’azienda si siede sui successi e inizia lentamente a morire.

    Il suo ufficio a Seattle si trovava in un edificio chiamato proprio così: Day 1.

    Molto più di una libreria

    Dopo la crisi, Amazon iniziò a vendere di tutto: musica, film, elettronica, giocattoli.

    Ma le scommesse più importanti dovevano ancora arrivare.

    • Nel 2005 nacque Amazon Prime, con le spedizioni veloci incluse in un abbonamento annuale

    • Nel 2006 nacque Amazon Web Services, che affittava la potenza dei server di Amazon ad altre aziende

    • Nel 2007 arrivò il Kindle, il lettore di libri digitali

    Il più sottovalutato fu AWS.

    Oggi una parte enorme di Internet funziona su quei server: app, siti, servizi di streaming che usiamo ogni giorno senza saperlo.

    È diventato uno dei motori principali dei guadagni di Amazon.

    Lo sguardo verso lo spazio

    Nel 2000, mentre Amazon attraversava la crisi, Bezos fondò in silenzio un’altra azienda: Blue Origin.

    L’obiettivo: rendere i viaggi nello spazio più economici e accessibili.

    Nel 2013 comprò anche lo storico quotidiano The Washington Post.

    Nel 2021 lasciò il ruolo di CEO di Amazon ad Andy Jassy, il manager che aveva costruito AWS.

    Pochi giorni dopo salì a bordo di un razzo di Blue Origin e volò oltre il confine dello spazio.

    Il bambino che riparava mulini a vento nel ranch del nonno era arrivato sopra il cielo.

    L’eredità di Jeff Bezos

    Oggi Amazon consegna ogni giorno milioni di pacchi in tutto il mondo.

    Ha cambiato il modo in cui:

    • facciamo acquisti

    • leggiamo libri

    • guardiamo film e serie

    • costruiamo siti e app

    Tutto è partito da un garage, da scrivanie fatte con le porte e da una semplice domanda.

    Non “cosa potrebbe andare storto?”.

    Ma: “di cosa mi pentirò se non ci provo?”

    Ripercorrere la storia di Jeff Bezos vuol dire proprio questo: un garage, una campanella che suonava sempre più spesso, e un’idea in cui quasi nessuno credeva.

    📚 Per approfondire

    Vendere tutto. Jeff Bezos e l’era di Amazon

    Di Brad Stone. È il libro più completo sulla nascita di Amazon: il giornalista ha intervistato centinaia di dipendenti e dirigenti per ricostruire come Bezos ha trasformato una libreria online in un impero. Se questa storia ti ha appassionato, qui trovi tutti i retroscena.

    Amazon. L’impero. Jeff Bezos e un dominio senza confini

    Il seguito, sempre di Brad Stone. Racconta gli anni più recenti: Alexa, Prime Video, la corsa allo spazio con Blue Origin e l’Amazon diventata una delle aziende più potenti del pianeta. Perfetto per chi vuole sapere com’è andata a finire.

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    🚀 Nel prossimo articolo della sezione Visionari

    Bezos non è l’unico miliardario ad aver puntato alle stelle.

    C’è un altro imprenditore che ha rischiato tutto più di una volta: con le auto elettriche, con i razzi riutilizzabili, con idee che quasi tutti consideravano impossibili.

    Il suo nome è Elon Musk.

  • STEVE JOBS : il visionario che cambiò il mondo tre volte 

    STEVE JOBS : il visionario che cambiò il mondo tre volte 

    Nel gennaio del 2007, sul palco del Macworld 2007, un uomo vestito con un semplice dolcevita nero e jeans guardava il pubblico in silenzio.

    Dietro di lui, uno schermo gigantesco.

    Davanti a lui, migliaia di persone.

    Tra le mani teneva un piccolo oggetto rettangolare.

    Fece una pausa. Guardò il pubblico.

    Poi disse una frase che sarebbe diventata storia:

    “Oggi Apple reinventa il telefono.”

    Quel dispositivo era iPhone.

    Ma per arrivare a quel momento, Steve Jobs aveva attraversato una delle storie più incredibili mai accadute nel mondo della tecnologia.

    Una storia fatta di intuizioni geniali, litigi furiosi, fallimenti, ritorni impossibili… e decisioni che hanno cambiato per sempre il modo in cui viviamo.

    Un bambino adottato con una mente diversa

    Steve Jobs nacque nel 1955 a San Francisco.

    I suoi genitori biologici erano due giovani studenti universitari che non potevano permettersi di crescerlo.

    Decisero quindi di darlo in adozione.

    Fu adottato da Paul e Clara Jobs, una coppia della classe media.

    Paul lavorava come meccanico e amava costruire e riparare oggetti nel garage di casa.

    Spesso portava Steve con sé mentre lavorava.

    Un giorno gli disse una frase che Steve non avrebbe mai dimenticato:

    “Quando costruisci qualcosa, anche le parti che non si vedono devono essere fatte bene.”

    Quell’idea — la perfezione anche nei dettagli invisibili — sarebbe diventata uno dei principi fondamentali della filosofia Apple.

    L’incontro che diede origine a una rivoluzione

    Durante l’adolescenza Steve incontrò un ragazzo con un talento straordinario per l’elettronica:

    Steve Wozniak.

    Wozniak era un genio dell’ingegneria.

    Silenzioso, brillante, capace di progettare circuiti incredibilmente eleganti.

    Jobs invece era un visionario.

    Capiva cosa le persone avrebbero voluto prima ancora che lo sapessero.

    La loro amicizia iniziò con un progetto curioso.

    Costruirono dispositivi chiamati blue box che permettevano di fare telefonate a lunga distanza gratuitamente.

    Li vendevano agli studenti.

    Anni dopo Jobs dirà:

    “Se non ci fossero state le blue box, non sarebbe mai esistita Apple.”

    L’università lasciata… ma una lezione che cambiò il futuro

    Jobs si iscrisse al Reed College.

    Ma dopo sei mesi abbandonò ufficialmente l’università.

    Tuttavia continuò a frequentare alcune lezioni per pura curiosità.

    Una di queste era calligrafia.

    All’epoca sembrava completamente inutile.

    Anni dopo Jobs raccontò:

    “Se non avessi seguito quel corso, il Macintosh non avrebbe mai avuto diversi tipi di carattere tipografico.”

    Fu la dimostrazione di un principio che avrebbe guidato tutta la sua vita:

    le connessioni tra le cose si capiscono solo guardando indietro.

    Il garage che entrò nella leggenda

    Nel 1976 Jobs e Wozniak decisero di fondare un’azienda.

    La sede era il garage della famiglia Jobs.

    Lì costruirono il primo computer:

    Apple I.

    Era una semplice scheda elettronica.

    Ma un negozio di computer chiamato The Byte Shop ordinò 50 unità.

    Fu il primo vero contratto della neonata Apple.

    L’ossessione per i dettagli

    Fin dall’inizio Jobs aveva un’ossessione quasi maniacale per la qualità.

    Un ingegnere una volta gli disse che non aveva senso progettare bene anche l’interno dei computer, perché nessuno lo avrebbe visto.

    Jobs rispose con una frase diventata famosa:

    “Un grande falegname non usa legno scadente sul retro di un armadio.”

    Anche ciò che non si vedeva doveva essere perfetto.

    Il campo di distorsione della realtà

    Chi lavorava con Jobs parlava spesso di una sua capacità particolare.

    La chiamavano:

    Reality Distortion Field.

    Il campo di distorsione della realtà.

    Jobs riusciva a convincere gli ingegneri a fare cose che sembravano impossibili.

    Chiedeva obiettivi assurdi.

    E incredibilmente… spesso venivano raggiunti.

    Ma il suo carattere era anche durissimo.

    Il licenziamento in ascensore

    Un ex ingegnere raccontò un episodio diventato quasi leggendario dentro Apple.

    Jobs entrò con lui in ascensore e gli fece una domanda tecnica su un progetto.

    L’ingegnere non seppe rispondere.

    Quando le porte si aprirono, Jobs lo guardò e disse:

    “Credo che tu non lavorerai più qui.”

    Il giorno dopo l’ingegnere non faceva più parte dell’azienda.

    Era il lato più spietato del suo carattere.

    Il sogno del Macintosh

    All’inizio degli anni ’80 Jobs iniziò a lavorare su un progetto rivoluzionario:

    Macintosh.

    L’obiettivo era semplice ma rivoluzionario.

    Creare un computer che chiunque potesse usare.

    Icone.

    Mouse.

    Interfaccia grafica.

    Jobs aveva visto un prototipo nei laboratori di Xerox e capì immediatamente che quello era il futuro.

    Il giorno in cui fu cacciato

    Ma proprio mentre Apple cresceva, scoppiò un conflitto con il CEO:

    John Sculley.

    Nel 1985 il consiglio di amministrazione prese una decisione clamorosa.

    Steve Jobs fu allontanato dalla sua stessa azienda.

    Aveva 30 anni.

    Anni dopo dirà:

    “Essere licenziato da Apple è stata la cosa migliore che potesse capitarmi.”

    La seconda vita: NeXT

    Jobs fondò una nuova azienda:

    NeXT.

    I suoi computer erano straordinariamente avanzati ma troppo costosi.

    Commercialmente non ebbero grande successo.

    Ma la tecnologia sviluppata lì avrebbe cambiato il futuro.

    L’altra scommessa: Pixar

    Nel frattempo Jobs acquistò una piccola società di grafica computerizzata.

    Si chiamava:

    Pixar.

    Molti pensavano fosse un investimento folle.

    Ma nel 1995 Pixar lanciò Toy Story, il primo film animato interamente al computer.

    Fu un successo mondiale.

    Il ritorno impossibile

    Negli anni ’90 Apple era in grave crisi.

    Nel 1996 l’azienda prese una decisione storica.

    Acquistò NeXT.

    E Steve Jobs tornò in Apple.

    All’inizio come consulente.

    Poi nel 1997 diventò CEO.

    In quel momento Apple aveva circa 90 giorni di liquidità.

    Tre mesi.

    Se non fosse cambiato qualcosa rapidamente, l’azienda sarebbe fallita.

    Il taglio più drastico della storia Apple

    Jobs fece una cosa radicale.

    Disegnò una tabella con quattro quadranti:

    • Consumer

    • Professional

    • Desktop

    • Portable

    E disse:

    “Ci servono solo quattro prodotti.”

    Decine di progetti furono cancellati.

    Ma quella scelta salvò l’azienda.

    Il computer che salvò Apple

    Da quella strategia nacque:

    iMac.

    Colorato, semplice, diverso da tutti i PC dell’epoca.

    Vendette milioni di unità.

    Apple tornò a crescere.

    Steve Jobs sul palco della WWDC 2007
    Steve Jobs sul palco della WWDC 2007. Foto: Ben Stanfield, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

    La rivoluzione successiva

    Negli anni seguenti Jobs guidò una serie di innovazioni che cambiarono interi settori:

    • iPod

    • iPhone

    • iPad

    Ogni prodotto ridefiniva il mercato.

    Steve Jobs presenta l'iPad nel 2010
    Steve Jobs presenta l’iPad, gennaio 2010. Foto: Matt Buchanan, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

    La Mercedes senza targa

    Anche nella vita quotidiana Jobs aveva abitudini molto particolari.

    Per anni guidò una Mercedes-Benz SL55 AMG senza targa.

    Sfruttava una scappatoia della legge californiana che permetteva di guidare un’auto nuova per alcuni mesi prima di registrarla.

    Così faceva una cosa semplice:

    ogni sei mesi cambiava auto con una identica.

    Gli ultimi anni

    Nel 2004 Jobs scoprì di avere un raro tumore al pancreas.

    Continuò a lavorare per anni.

    Presentò nuovi prodotti.

    Guidò Apple nella sua trasformazione in una delle aziende più importanti della storia.

    Nel 2011 lasciò il ruolo di CEO.

    Morì pochi mesi dopo.

    L’eredità di Steve Jobs

    Oggi Apple è una delle aziende più influenti del pianeta.

    Ma il vero impatto di Jobs non è solo economico.

    Ha cambiato il modo in cui le persone:

    • comunicano

    • ascoltano musica

    • lavorano

    • usano la tecnologia ogni giorno

    La sua frase più famosa riassume perfettamente la sua filosofia:

    “Stay hungry. Stay foolish.”

    Rimani affamato.

    Rimani folle.

    Perché spesso le idee che cambiano il mondo sembrano folli all’inizio.

    Ripercorrere la storia di Steve Jobs vuol dire proprio questo: vedere come un ragazzo scartato da un’università e licenziato dalla propria azienda sia arrivato a cambiare per sempre il modo in cui usiamo la tecnologia.

    📚 Per approfondire

    Steve Jobs

    Di Walter Isaacson. È l’unica biografia autorizzata: Jobs accettò di farsi intervistare più di quaranta volte negli ultimi anni della sua vita, e lasciò all’autore piena libertà, senza chiedere di rileggere nulla prima della pubblicazione. Dentro ci sono i trionfi, i litigi e i lati più duri del suo carattere, raccontati da lui stesso e da chi gli è stato accanto.

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    Foto in evidenza: Steve Jobs alla WWDC 2010, di Matthew Yohe, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.