Nell’articolo sugli occhiali smart abbiamo visto una tecnologia che è sparita sul nostro viso.
Oggi parliamo di una macchina che ha fatto la stessa cosa, ma sopra le nostre teste.
Luglio 1849. Venezia è assediata dalle truppe austriache, e dal mare nessuna nave riesce ad avvicinarsi alla città. Gli austriaci decidono allora di colpire dall’alto: preparano circa duecento palloni ad aria calda, senza nessuno a bordo, e li caricano di bombe con una miccia a tempo.
È il primo attacco aereo senza pilota della storia, e quasi un fallimento: il vento cambia direzione e riporta alcuni palloni sulle linee degli stessi austriaci. Ma l’idea è nata. Una macchina che vola senza nessuno dentro, e va dove l’uomo non può o non vuole andare. Ci vorranno più di centosessant’anni perché diventi qualcosa che puoi comprare per pochi centinaia di euro.
Il “fuco” che diede il nome a tutti
Con l’aviazione arrivarono i primi veri aerei senza pilota. Nel 1918 gli Stati Uniti ordinarono migliaia di Kettering Bug, piccoli biplani di legno e cartone progettati da Charles Kettering, con il contributo di Orville Wright. Il Bug volava per un numero stabilito di giri del motore, poi perdeva le ali e precipitava sul bersaglio con 80 chili di esplosivo. La guerra finì prima che ne venisse usato uno in combattimento.
Il nome con cui li chiamiamo oggi nasce nel 1935. La marina britannica mostrò un aereo radiocomandato usato come bersaglio per l’artiglieria, il Queen Bee, “ape regina”. Un ufficiale americano, incaricato di costruirne uno uguale, scelse di chiamare i suoi aerei drones: i fuchi, i maschi dell’alveare, in omaggio all’ape regina. Da allora, in inglese, un velivolo senza pilota è un “drone”.
Dalla guerra alla camera di uno studente
Per decenni i droni restarono strumenti militari. Negli anni Novanta il Predator americano li trasformò in occhi permanenti nel cielo, e dal 2001 anche in armi. Nessuno pensava ancora a un uso comune.
La svolta arrivò da una stanza di dormitorio. Nel 2006 uno studente di Hong Kong, Frank Wang, cominciò a costruire controllori di volo per elicotteri radiocomandati, e fondò a Shenzhen un’azienda che si sarebbe chiamata DJI. Nel gennaio 2013 presentò il Phantom, un quadricottero che si poteva tirare fuori dalla scatola e far volare: il GPS lo teneva fermo in aria da solo, e chiunque riusciva a pilotarlo.
Fu come l’iPhone per i telefoni: non il primo drone, ma il primo che tutti potevano usare. Oggi DJI domina il mercato dei droni civili, e i suoi modelli servono a girare matrimoni, ispezionare tetti e ponti, controllare i campi, cercare persone disperse.
Il drone che ti segue da solo
L’ultima evoluzione è la più curiosa: droni piccolissimi, che pesano meno di un telefono. Partono dal palmo della mano, ti riconoscono e ti seguono mentre cammini, corri o vai in bicicletta, e riprendono tutto in 4K. Gli eliche sono protette da una gabbia, e per volare non serve nessuna esperienza.
È un’idea molto diversa da quella dei primi droni: non una macchina da pilotare, ma una telecamera volante che fa da sola quello che le chiedi.
Prima di volare: cosa dice la legge
Un drone non è un giocattolo qualsiasi, e in Italia ci sono regole precise. Le principali, per i modelli leggeri come quelli di questo articolo:
- Registrazione: se il drone ha una fotocamera devi registrarti come operatore sul portale D-Flight di ENAC. Costa pochi euro l’anno e ti dà un codice da applicare al drone.
- Patentino: per i droni sotto i 250 grammi, in genere, non è richiesto.
- Assicurazione: la copertura per i danni a terzi è obbligatoria.
- Altezza e zone: massimo 120 metri da terra, mai sopra folle, manifestazioni o eventi, e mai vicino ad aeroporti e infrastrutture sensibili. Controlla le zone sulla mappa di D-Flight.
- Privacy: se riprendi delle persone valgono anche le norme sulla riservatezza.
Le regole cambiano e hanno molte eccezioni: prima del primo volo controlla sempre le informazioni aggiornate sul sito di ENAC e su D-Flight.
Da dove cominciare: la nostra selezione
Se vuoi provare, questi sono tre punti di partenza a livelli diversi, tutti di DJI: i primi due sono della famiglia Neo, il terzo è per chi vuole il massimo della qualità.
🚁 Per iniziare
DJI Neo
Il mini drone da 135 grammi, con fotocamera 4K, che parte dal palmo della mano e ti segue da solo. La versione che abbiamo scelto non ha il radiocomando: si controlla con lo smartphone e con i gesti, ed è perfetta per chi vuole fare riprese facili e divertenti senza imparare a pilotare. Chi cerca più controllo preferirà un modello con telecomando.
🥽 Per fare il salto
DJI Neo 2 Motion Fly More Combo
L’evoluzione del Neo: 151 grammi, video 4K, sensori per evitare gli ostacoli e fino a circa 19 minuti di volo. Questo kit comprende il visore Goggles N3, il controller a movimento e tre batterie: volare guardando il mondo dal punto di vista del drone è un’esperienza molto diversa. Costa diverse centinaia di euro in più del modello base, quindi è una scelta per chi sa già di voler fare sul serio.
🏆 Per volare in alto
DJI Mini 5 Pro Fly More Combo
Il top di gamma della serie Mini: sensore da 1 pollice, video 4K, rilevamento degli ostacoli, inseguimento a 360° e gimbal che ruota fino a 225°. Il kit include il radiocomando con schermo DJI RC 2, batterie extra e un anno di DJI Care. È un investimento ben più alto dei due modelli precedenti, pensato per chi ha già provato a volare e vuole immagini davvero professionali. Il peso resta contenuto, vicino alla soglia dei 250 grammi: controlla la scheda ufficiale per le regole che ti riguardano.
In qualità di Affiliato Amazon, Geniotech riceve un guadagno dagli acquisti idonei, senza alcun costo aggiuntivo per te. I prezzi cambiano spesso: controlla quello aggiornato sulla pagina del prodotto.
Dal fuco all’ape regina
Nel 1849 un pallone senza nessuno a bordo era un’arma imprecisa e un po’ folle. Oggi un oggetto che pesa meno di un telefono si alza dalla mano, ti segue e racconta una corsa in bicicletta. Il drone non è cambiato nell’idea: è una macchina che vola dove noi non possiamo andare. È cambiato nel prezzo, nella semplicità e in quanto spesso ci passa sopra la testa senza che ce ne accorgiamo.
🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini
Maggio 1997, New York. Un campione del mondo di scacchi si siede davanti a un avversario che non si stanca, non ha paura e calcola centinaia di milioni di mosse al secondo.
È la storia di Deep Blue contro Kasparov, la partita in cui, per la prima volta, una macchina batté l’uomo nel gioco che più di ogni altro simboleggiava l’intelligenza.
Foto in evidenza: il Kettering Bug, via Wikimedia Commons.

