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Oggi parliamo di un’idea nata da un ragazzo svedese, che ha cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica.
Stoccolma, 2006. Daniel Ek e il socio Martin Lorentzon sono nell’appartamento di Ek, in due stanze diverse, e si gridano a vicenda idee per il nome della loro nuova azienda. Lorentzon grida una parola. Ek capisce un’altra cosa: “Spotify”.
Ek cerca la parola su Google: nessun risultato. Pochi minuti dopo, i due hanno già registrato i domini. Più tardi, imbarazzati dall’origine casuale, hanno raccontato che il nome veniva da “spot” e “identify”. Oggi quel malinteso è un marchio che usano più di 700 milioni di persone ogni mese.
Un ragazzo di Rågsved con un computer
Daniel Ek nasce a Stoccolma il 21 febbraio 1983 e cresce a Rågsved, un quartiere della periferia. Da adolescente impara da solo a programmare, comincia a costruire siti web e software open source e lavora per piccole aziende. Dopo il diploma si iscrive al politecnico KTH, a Stoccolma, ma lo lascia dopo otto settimane: preferisce lavorare.
Fonda Advertigo, un’azienda di pubblicità online, che nel 2006 viene comprata da TradeDoubler. Il co-fondatore di TradeDoubler è Martin Lorentzon: i due si trovano a lavorare nella stessa azienda. Poi, per un breve periodo, Ek fa il CEO di µTorrent, uno dei programmi più famosi per scaricare file, anche musica pirata. È un dettaglio importante, come vedremo.
L’idea: battere la pirateria con qualcosa di meglio
Ek racconta di aver avuto l’idea già nel 2002, quando Napster venne chiuso e al suo posto arrivò Kazaa. La sua conclusione fu che la pirateria non si può fermare con le leggi: si può solo rendere inutile, offrendo un servizio più comodo di quello illegale.
Il progetto prende forma nel 2006, quando Ek e Lorentzon fondano a Stoccolma la società Spotify AB. Il lavoro più difficile non è la tecnologia: è convincere le case discografiche, che nel pieno della crisi della pirateria non si fidano di nessuno. Per riuscirci servono due anni di trattative.
Il servizio parte il 7 ottobre 2008 in Svezia, Finlandia, Francia, Norvegia e Spagna. Seguono il Regno Unito nel 2009 e gli Stati Uniti il 14 luglio 2011. E c’è un’ironia: per far partire la musica subito, senza attese, Spotify usava all’inizio la stessa tecnologia peer-to-peer dei programmi pirata, e l’ha abbandonata solo nel 2014. Ludvig Strigeus, l’autore di µTorrent, era entrato in azienda come sviluppatore.
Dalla serie Netflix alla realtà
Questa storia è diventata anche una serie: The Playlist, su Netflix dal 13 ottobre 2022. Sei episodi, ciascuno raccontato dal punto di vista di un personaggio diverso: Ek, un dirigente discografico, un’avvocata, lo sviluppatore, Lorentzon, un’artista. È ispirata al libro Spotify Untold di Sven Carlsson e Jonas Leijonhufvud, ma è una versione romanzata: i fatti sono quelli, i dialoghi e alcune scene sono ricostruiti.
Il successo e il conto da pagare
Nell’aprile 2018 Spotify sbarca alla Borsa di New York con una quotazione diretta. Oggi conta centinaia di milioni di utenti e circa 290 milioni di abbonati paganti (dato di fine 2025). Per anni però ha chiuso i bilanci in perdita: secondo i suoi conti, il primo anno in utile è il 2024.
E il successo ha portato anche molte critiche:
- Il compenso agli artisti. Spotify gira circa il 70% dei ricavi ai detentori dei diritti, ma molti musicisti dicono che a loro arriva pochissimo per ogni ascolto. Taylor Swift e Thom Yorke hanno ritirato la loro musica per protesta, e l’hanno rimessa nel 2017. Nel 2021 la campagna #JusticeAtSpotify ha chiesto un centesimo per ascolto, con proteste in 31 città.
- I tagli al personale. Nel dicembre 2023 Ek ha annunciato il licenziamento di circa il 17% dei dipendenti, circa 1.500 persone, il terzo taglio dell’anno.
- La difesa e l’IA. Con Prima Materia, la sua società di investimento fondata nel 2021, Ek ha guidato nel 2025 un investimento da 600 milioni di euro in Helsing, un’azienda tedesca di tecnologia militare di cui è presidente. Alcuni gruppi musicali hanno risposto togliendo la loro musica dalla piattaforma.
Nel settembre 2025 Ek ha annunciato che avrebbe lasciato il ruolo di amministratore delegato a fine anno, restando presidente esecutivo. A guidare l’azienda oggi sono due co-CEO: Gustav Söderström e Alex Norström.
Cosa ci insegna
Spotify non ha inventato la musica digitale: l’aveva già inventata la pirateria. Ek ha capito che la gente non voleva rubare, voleva solo qualcosa di semplice, immediato, con tutta la musica dentro. Ha dato al pubblico quello che già cercava, in una forma che le case discografiche potevano accettare.
Vent’anni dopo, la domanda di quegli anni è ancora aperta: se tutta la musica del mondo costa pochi euro al mese, quanto vale un ascolto, e chi lo incassa?
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Foto in evidenza: Daniel Ek a IT-dagarna, Linköping University, 2011. Foto di Patrik Ragnarsson, via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0. Immagine ritagliata.

