Nell’articolo sui droni abbiamo visto macchine che volano dove noi non possiamo arrivare.
Oggi parliamo di una macchina che ha battuto l’uomo proprio dove pensavamo di essere insuperabili.
Maggio 1997, New York. Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi dal 1985, si siede davanti a una scacchiera. Dall’altra parte non c’è nessuno che lo guardi negli occhi: c’è un operatore che sposta i pezzi per conto di una macchina IBM, che calcola circa 200 milioni di posizioni al secondo.
Sei partite. Alla fine, per la prima volta nella storia, il campione del mondo in carica perde un match contro un computer. Il mondo se ne accorge: la notizia finisce sulle prime pagine, e per molti è il momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere fantascienza.
Una macchina nata in un’università
La storia comincia nel 1985 alla Carnegie Mellon University, in Pennsylvania, dove lo studente Feng-hsiung Hsu progetta un circuito dedicato solo agli scacchi, chiamato ChipTest. Il suo successore, Deep Thought, prende il nome dal supercomputer della Guida galattica per gli autostoppisti.
Nel 1989 Hsu e il collega Murray Campbell passano all’IBM, e il progetto cambia nome: Deep Blue, un gioco di parole su “Big Blue”, il soprannome dell’azienda. Quell’anno Deep Thought affronta Kasparov e perde due partite. Il campione non è preoccupato. Ma i progettisti sanno cosa cambiare.
1996: la prima crepa
Febbraio 1996, Filadelfia. Primo match tra Deep Blue e Kasparov. Nella prima partita, il 10 febbraio, succede qualcosa di mai visto: la macchina vince contro un campione del mondo in carica, con i tempi di gioco regolari.
Kasparov però reagisce. Vince tre partite, ne pareggia due e si aggiudica il match per 4 a 2. La macchina ha dimostrato di poter vincere una partita; non ancora un match. IBM torna in laboratorio.
1997: la rivincita
La versione del 1997 è il doppio più veloce della precedente: 30 processori e 480 chip progettati apposta per gli scacchi, in due armadi di metallo. Non pensa come un uomo. Esamina un numero enorme di mosse possibili e le valuta una per una con regole scritte dai programmatori, insieme a un grande scacchista.
Il match si gioca a maggio. Kasparov vince la prima partita, ma succede una cosa strana: alla mossa 44 Deep Blue gioca una mossa che nessuno capisce. Molti anni dopo si è saputo il motivo: un bug aveva mandato il programma in un ciclo, e per uscirne la macchina aveva scelto una mossa a caso tra quelle valide.
Kasparov non lo sa. Interpreta quella mossa come il segno di un’intelligenza superiore, e comincia a dubitare. Nella seconda partita gioca peggio del solito e si arrende in una posizione che, secondo le analisi fatte dopo, avrebbe potuto salvare con un pareggio. Esce dalla sala convinto che dietro la macchina ci sia l’intervento di qualcuno. IBM lo ha sempre negato: ai programmatori era permesso modificare il sistema solo tra una partita e l’altra.
Le partite dalla terza alla quinta finiscono in parità. La sesta, l’11 maggio, dura solo 19 mosse: Kasparov sbaglia l’apertura, si trova in una posizione impossibile e abbandona. Il match finisce 3,5 a 2,5 per Deep Blue.
Dietro le quinte: paranoia e piccoli dettagli
Il match fu anche una guerra di nervi. Deep Blue pesava 1,4 tonnellate: due torri alte più di due metri. Non muoveva i pezzi da sola: a farlo, e a digitare le mosse di Kasparov, erano a turno i membri del team IBM, tra cui Murray Campbell.
Il clima nel campo di Kasparov era teso. Frederic Friedel, il suo consulente informatico, notò un riflesso da una finestra di un palazzo di fronte all’hotel e capì che qualcuno puntava una macchina fotografica verso di loro: paparazzi o spie di IBM? Una delle guardie del corpo fornite da IBM parlava russo, e anche questo bastò a far sospettare che fosse lì per ascoltare. Joel Benjamin, grande maestro americano, lavorava con IBM sulla preparazione della macchina: preparazione, non partite giocate da un uomo, ma per Kasparov ogni dettaglio era un indizio.
Per IBM fu un successo anche in Borsa: già dopo il match del 1996 le azioni dell’azienda erano salite di quasi il 20%.
Dopo la partita: sospetti e uno spegnimento
Kasparov chiede i registri di gioco della macchina per verificare che non ci sia stato nessun aiuto esterno. IBM all’inizio rifiuta, poi li pubblica online. Chiede anche una rivincita: IBM dice di no, smonta Deep Blue e non lo fa più giocare. L’episodio è raccontato nel documentario Game Over: Kasparov and the Machine, del 2003.
Con il tempo Kasparov ha cambiato giudizio. Subito dopo il match descrisse Deep Blue come un avversario alieno; più tardi arrivò a dire che era intelligente quanto una sveglia. Ha ragione nel senso che conta: Deep Blue non capiva gli scacchi, non provava a vincere, non sapeva di giocare. Faceva calcoli, molto in fretta.
Il libro di chi c’era
A vent’anni di distanza Kasparov ha raccontato la sua versione nel libro Deep Thinking: il match, ma soprattutto cosa ha capito dopo. La sua tesi è che uomo e macchina funzionino meglio insieme che da soli.
📚 Per approfondire
Deep Thinking – Garry Kasparov
Il racconto della sconfitta con Deep Blue scritto da chi l’ha vissuta, e una riflessione su cosa le macchine possono fare e cosa resta all’uomo. Attenzione: il libro è disponibile solo in inglese.
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La domanda che resta
Nel 1997 perdere a scacchi con un computer sembrò la fine di qualcosa. Oggi nessuno si stupisce che un telefono batta qualunque campione. Eppure gli scacchi non sono morti: si giocano più di prima, e i giocatori si allenano con i computer.
Deep Blue era una macchina capace di una cosa sola. Ma ha segnato un confine: da allora, ogni volta che una macchina ci supera in qualcosa, ci chiediamo se quella cosa fosse davvero così speciale, o se fosse soltanto più semplice di quanto credevamo.
🧬 Nel prossimo articolo della sezione Origini
Estate 1956, un campus universitario nel New Hampshire. Un gruppo di giovani scienziati si riunisce per due mesi con un’idea ambiziosa: far pensare le macchine.
È la storia di John McCarthy e della conferenza di Dartmouth, dove nacque il nome “intelligenza artificiale”.
Foto in evidenza: un computer simile a Deep Blue, esposto al Computer History Museum. Foto di James the photographer (Jim Gardner), CC BY 2.0, via Wikimedia Commons.

