Nel precedente articolo della sezione Visionari abbiamo raccontato Jeff Bezos, l’uomo che da un garage costruì Amazon.
Ma Bezos non è l’unico ad aver guardato le stelle. C’è un altro imprenditore che ha rischiato tutto più di una volta, e che una notte di settembre ha avuto un solo tentativo rimasto.
28 settembre 2008. Un’isola minuscola nell’Oceano Pacifico, chiamata Omelek.
Su una rampa di lancio c’è un razzo alto poco più di venti metri. Si chiama Falcon 1.
È il quarto che l’azienda prova a lanciare. I primi tre sono finiti male: il primo è caduto pochi secondi dopo il decollo, il secondo non è arrivato in orbita, il terzo si è scontrato con sé stesso subito dopo la separazione degli stadi.
I soldi sono quasi finiti. E non solo quelli dell’azienda di razzi: anche la sua seconda impresa, una fabbrica di auto elettriche, rischia il fallimento.
Se il razzo cade, è finita.
Il razzo sale. Raggiunge l’orbita.
Per la prima volta nella storia, un razzo costruito interamente da un’azienda privata arriva nello spazio.
L’uomo che quella sera ha ancora un’azienda si chiama Elon Musk.
Il ragazzo che vendette un videogioco a 12 anni
Elon Musk nacque nel 1971 a Pretoria, in Sudafrica.
Era un bambino che leggeva tutto: fumetti, enciclopedie, fantascienza.
Era così immerso nei suoi pensieri che i genitori, vedendolo fissare il vuoto mentre gli parlavano, lo portarono dal medico: temevano fosse sordo. Non lo era. Semplicemente era altrove, con la testa piena di invenzioni.
Non era però solo un sognatore. Con il fratello Kimbal e i cugini preparava uova di Pasqua di cioccolato e le vendeva porta a porta nei quartieri ricchi di Pretoria. Costavano circa 50 centesimi, le rivendevano a 10 dollari.
A scuola, invece, era il più piccolo e il più timido, e per anni fu preso di mira dai bulli. Musk racconta di essere stato spinto giù da una rampa di scale e di essere finito in ospedale. Le cose migliorarono verso i quindici anni, quando cominciò a praticare le arti marziali.
Quando ebbe il suo primo computer, imparò da solo a programmare. A dodici anni scrisse un videogioco spaziale, Blastar, e lo vendette a una rivista per circa 500 dollari.
A 17 anni lasciò il Sudafrica e si trasferì in Canada. Poi studiò negli Stati Uniti, all’Università della Pennsylvania, fisica ed economia.
Per pagarsi l’affitto, con un compagno di stanza prese in affitto una grande casa e nei weekend la trasformava in un locale improvvisato: cinque dollari all’ingresso e fino a cinquecento persone. Musk, racconta l’amico, spesso non partecipava nemmeno alla festa. Lo trovava in camera, a giocare da solo ai videogiochi.
Nel 1995 fu ammesso al dottorato a Stanford, in fisica applicata. Dopo pochi giorni lasciò tutto. Internet stava esplodendo e lui non voleva restare a guardare.
Da Zip2 a PayPal
Insieme al fratello Kimbal fondò Zip2, una società che costruiva guide online per i giornali. Quattro anni dopo la vendettero a Compaq per circa 300 milioni di dollari.
Musk non si fermò. Reinvestì gran parte di quei soldi in una nuova idea: una banca su Internet, chiamata X.com. Da quella società, fusa con un’altra, nacque PayPal.
Nel 2002 eBay comprò PayPal per 1,5 miliardi di dollari.
A trent’anni, Elon Musk era ricco. Poteva ritirarsi, viaggiare, godersi la vita.
Scelse di usare quei soldi per costruire razzi.
Il viaggio a Mosca
L’idea iniziale era diversa. Musk voleva mandare su Marte una piccola serra, per far crescere una pianta sul pianeta rosso e riaccendere l’interesse del pubblico per lo spazio.
Per farlo servivano dei razzi. Così volò in Russia per comprarne alcuni, già usati.
Le trattative andarono male. I prezzi erano altissimi e nessuno lo prese sul serio.
Sull’aereo di ritorno, Musk aprì un foglio di calcolo. Fece due conti sui costi dei materiali.
Poi disse ai suoi compagni di viaggio che, forse, avrebbe potuto costruire lui i razzi.
Nel 2002 fondò SpaceX.
Tre fallimenti e un quarto tentativo
Costruire un razzo era molto più difficile di quanto sembrasse.
Il primo Falcon 1 fallì nel 2006. Il secondo, nel 2007, non riuscì a completare la missione. Il terzo, nell’agosto 2008, si fermò dopo la separazione degli stadi.
Molti pensavano che SpaceX fosse finita, ancora prima di cominciare. Musk invece riunì i dipendenti e disse loro che il prossimo razzo sarebbe partito entro poche settimane.
Non c’erano soldi per molti altri tentativi. Quello, con ogni probabilità, era l’ultimo.
E il 28 settembre 2008 andò bene.
Poche settimane dopo, a dicembre, arrivò la telefonata che cambiò tutto: la NASA assegnò a SpaceX un contratto da 1,6 miliardi di dollari per portare rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale.
L’azienda che pochi mesi prima stava per chiudere era salva.
Il razzo che torna indietro
Ma Musk voleva una cosa che sembrava assurda: razzi che si potessero riutilizzare.
Fino ad allora, ogni razzo veniva buttato dopo un solo volo. Come se, dopo ogni viaggio in aereo, si dovesse distruggere l’aereo.
Nel 2010 volò il Falcon 9. Poi cominciarono i tentativi di farlo atterrare da solo, in verticale. Molti finirono in esplosioni spettacolari.
Il 21 dicembre 2015, il primo stadio di un Falcon 9 scese dal cielo e si posò in piedi sulla terraferma.
Qualche anno dopo, per il debutto del Falcon Heavy, Musk mise nello spazio la sua auto elettrica personale, una Tesla Roadster rossa, con un manichino in tuta spaziale al volante. Lo chiamarono Starman.
Era una pubblicità. Ma era anche un messaggio: nulla è troppo folle per essere tentato.
Più di un imprenditore di razzi
Intanto Musk portava avanti altre scommesse.
Nel 2004 era entrato in Tesla, una piccola azienda di auto elettriche, come principale investitore, e nel 2008 ne prese il comando. Quell’anno uscì la prima auto, la Roadster.
Il momento più duro, però, arrivò nel 2013. La Model S non si trasformava abbastanza in vendite, e in cassa restavano soldi per poche settimane.
Musk chiamò un amico, Larry Page, cofondatore di Google, e gli propose di comprare Tesla: circa 6 miliardi di dollari per l’azienda, più altri 5 per far crescere le fabbriche. Page accettò, e i due si strinsero la mano.
Poi, nel giro di poche settimane, le vendite ripartirono. Tesla chiuse per la prima volta un trimestre in utile. Musk non aveva più bisogno di essere salvato, e si tirò indietro.
Da lì Tesla è cresciuta fino alla Model 3, che ha portato l’auto elettrica al grande pubblico. E anche Hollywood se n’è accorta: per prepararsi a interpretare Tony Stark, Robert Downey Jr. chiese di conoscerlo, e Musk comparve in un cameo in Iron Man 2.
Poi Starlink, una rete di migliaia di satelliti che porta Internet anche dove non arriva nessun cavo. Poi Neuralink, che lavora a chip da impiantare nel cervello. Poi The Boring Company, nata nel 2016 da un tweet che sembrava una battuta: scavare tunnel sotto il traffico. E infine xAI, la sua azienda di intelligenza artificiale, che nel 2026 è confluita dentro SpaceX.
Il 12 giugno 2026 SpaceX è sbarcata in Borsa con la più grande quotazione della storia. Per un breve momento, i suoi titoli hanno reso Musk il primo essere umano con un patrimonio da mille miliardi di dollari.
Il bambino di Pretoria che leggeva enciclopedie era arrivato in cima.
La storia di Elon Musk, tra ammirazione e critiche
Sarebbe però una storia incompleta senza dire che Musk è una figura che divide.
C’è chi lo ammira per il coraggio con cui ha costretto interi settori a cambiare. E c’è chi lo critica: per le promesse annunciate e poi arrivate in ritardo, per i toni con cui comunica, per le scelte fuori dal mondo delle imprese.
Sono entrambe cose vere. Un visionario non è un santo, e non è nemmeno un personaggio da film.
Quello che resta, a prescindere da cosa si pensi di lui, è un metodo che vale per tutti: tentare, sbagliare, capire perché, riprovare. Prima di quel 28 settembre 2008 c’erano state tre esplosioni.
📚 Per approfondire
Elon Musk
Di Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Steve Jobs. Isaacson ha seguito Musk da vicino per due anni, parlando con lui, con la famiglia e con i collaboratori, per raccontare l’uomo dietro SpaceX, Tesla e tutto il resto: i colpi di genio, le notti in fabbrica e i lati più difficili del suo carattere.
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🔮 Nel prossimo articolo della sezione Visioni
Tra le imprese di Musk ce n’è una che sembra uscita da un romanzo di fantascienza: un chip piccolo come una moneta, impiantato nel cervello.
Una persona paralizzata che muove un cursore sullo schermo con il solo pensiero. Non è più un’idea: è già successo.
Sono le interfacce cervello-computer, e il futuro che promettono è appena cominciato.
Foto in evidenza: il decollo del Falcon 1 nel quarto lancio, 28 settembre 2008, di SpaceX, CC0, via Wikimedia Commons.

